La casa del sogno e il mostro 777- capitolo 11

Corvoblu e Kalanga di Gloria Leo

 

Corvoblu atterrò come un aereoplano, tagliando l’aria a lungo radente il suolo. Sistema sicuro per farsi mordere dal serpente o per lo meno per destare all’istante la sua attenzione. Scampata la morte, Corvoblu risalutò il Cielo riprendendo momentaneamente quota e tenendosi a mezz’aria.

Invisibile, Kalanaga era accorso da altri campi della proprietà. In un attimo sotto Corvoblu, rizzò il collo oltre l’erba alta, allargò i pori delle squame deputati alla percezione del calore, aprì la bocca e allungò la lingua, per un’infallibile localizzazione della preda. In effetti un buon pennuto non era male, per variare la dieta. E più digeribile anche.  “Ehi Kala! Perché non sei al Consiglio?”

Kalanaga lasciò oscillare il capo schifato. O annoiato. I serpenti oltre a essere invisibili sono davvero indecifrabili a volte. “C’è bisogno di te e del tuo amico Altai.”

Kalanaga oscillò il capo e lo rialzò soffiando, incerto tra l’amarezza e la rabbia. Amico, non amico… La sua vita privata sono affari suoi.

“Dov’è Altai?”

Kalanaga soffiò forte.

“Te lo porto Altai!” Disse “Ma quanto rompi corvetto. Sei diventato l’Angelo Messaggero?!”

“Kalanaga, tu c’eri quando sono nato.” Kala inclinò il capo e alzò il sopracciglio sinistro, diffidente. 

“Hai visto le Stelle in Cielo quando sono uscito dall’uovo che ero ancora batuffolo umido.” Corvoblu continuò. “Tu non sai mentire. Tu lo sai chi sono io. Tu che porti in te la Visione del Sole e vedi perfettamente anche al buio. Tu che hai il potere della vita e della morte e non conosci il deperimento perché nella tua carne sono custoditi i segreti della rinascita. Tu che conosci la Via e ti spingi sempre oltre, silenzioso e inarrestabile. Vecchio Kala. Dimmi chi sono.”

Kalanaga si rituffò nell’erba depresso. Rizzò mezzo collo, giusto per sibilare tra i denti: “Da quando vai per cartomanti Corvoblu?”

E socchiuse gli occhi. E fece per andarsene.

“Kalanaga! Aspetta. Parlo sul serio accidenti. Dove ho messo quello che mi ha dato Ezechiele? Che ne ho fatto? Guardami, sono ciccia buona per serpenti. Poco lardosetta, ben muscolosetta. Che altro? Che altro? Solo ciccia per serpenti?”

“Beh, una cosa l’hai capita.” Sibilò sputacchiando.

“Corvoblu, non stai mai zitto, muoveresti il becco anche nel mio stomaco.”

Non c’era proprio verso di cibo digeribile. 

“Kalanaga, lo so che sei cattivo. Ma che ti costa? Sei l’unico che può dirmelo.”

Gli batteva forte il cuore, sbatteva forte le ali, e stava per piangere. Non era esattamente a distanza di sicurezza. Era solo lui e la sua disperazione. Corvoblu giovane forte e isterico.

“Perché sono così??” strillò

“Perché sei cresciuto con un serpente, stupido pennuto. Hai veleno nelle vene e tristezza nei polmoni e reni gonfi di adrenalina. Che vuoi dalla vita?”

Kalanaga oscillava la testa ritmicamente, come un elastico, sospesa in aria. Con la punta del naso disegnava un otto disteso in orizzontale, più e più volte, mesmerico.

“Io…” Corvoblu aveva la vista annebbiata dalle lacrime, la gola serrata. Il mondo gli girava davanti o forse era la sua testa che non stava più dritta e oscillava intorno come un otto rovesciato. Kalanaga strizzò gli occhi. Non sapeva sorridere. Ma sapeva schizzare in avanti, come una molla, al momento opportuno.

Ma Corvoblu era cresciuto col serpente. Aveva imparato. Aveva i poteri dei Corvi e i poteri dei Serpenti. Prima di lui, il suo corpo si rese conto delle vibrazioni di morte nell’aria, del fetore del veleno e dell’alito pesante del vecchio Kala. Prima ancora di accorgersi dell’attacco sentì le sue ali trasportarlo in alto.

E il serpente bestemmiare.

Kalanaga soffiò tutta la saliva che aveva in corpo. “Ma va’ nelle fauci del giaguaro!”

Corvoblu riuscì a stento a distinguere le parole dagli sputi. E si alzò in volo.

E mentre riprendeva a respirare di respiro regolare e mentre con fatica, esausto, si rialzava in volo, al sicuro, con ampi, lenti movimenti delle sue ali blu, sentiva un dolore sempre più forte alla zampetta destra. Al primo ramo si fermò.

Si appollaiò e cadde per terra. E nell’urto il dolore alla zampa si fece lancinante, lacerante. Allora si guardò e capì il perché. La zampetta destra non c’era più.

Era stata lacerata, agganciata a strappata dalle fauci del serpente.

Allora Corvoblu alzò la coda e si sedette, si coprì il volto con le ali e a capo chino pianse e pianse. Pianse e pianse finalmente. Pensando che un periodo, un attimo e mezzo prima, la zampetta c’era ancora e adesso non c’era più.

Corvoblu non pensava spesso. Ma ogni volta non gli veniva quel granché.

Liberò il cuore dalle lacrime e i polmoni dal muco attraverso il naso. Ma non pensò più. Non voleva attirare le Lane Nere dei pensieri cattivi, Spiriti sempre in agguato a mangiarti l’energia vitale.

Piangeva e sapeva che non avrebbe più, mai più zampettato, saltellato, danzato. Né si sarebbe mai più potuto mangiare le unghie.

Non avrebbe più camminato. Non avrebbe più trovato dove posare le zampe e ‘dove  posare il capo’ come diceva qualcuno. D’ora in avanti avrebbe solo volato.

Sapeva che era bello avere dei nemici e sfidarli e combatterli. Perché se dalla battaglia ne esci anche solo vivo, acquisisci tutti i poteri del tuo nemico. Ti entrano dentro, in sogno, attraverso le ferite.

E lui adesso non era più solo un corvo e non era più solo blu.

Era il momento di muoversi. Adesso aveva capito. Si soffiò il naso in un’ala e, imperturbabile, freddo e inesorabile e audace come un Serpente, si diresse verso Ovest. Verso il Bosco Segreto, dove riteneva che, prima o poi, avrebbe trovato Jagger, il furtivo e feroce Giaguaro, la cui esistenza era testimoniata solo da qualche piuma d’oca e poche gocce di sangue. Il suo Maestro. Le parole di Kalanaga erano una maledizione. Ma erano verità. I serpenti non sanno di sapere. I corvi sì. Questo sentiva forte, nel suo cuore ancora debole, Corvoblu. E l’immagine delle ali di Corvoblu che si affacciano sull’ignoto fu l’ultima immagine che gli alberi del villaggio ebbero di lui.

Per lungo tempo.

 

www.hesediel.net