Un romanzo cubano tra piccole perversioni e dura quotidianità
di
Davide Rossi
Tra il 1998 e il 1999 Miguel Mejides, membro dell’UNEAC, Unione degli scrittori e degli artisti di Cuba, scrive “Perversiones en el Prado”, tradotto ragionevolmente in italiano come “Perversioni all’Avana” dalla casa editrice Edest. È la storia di un caseggiato, posto al numero 112 del paseo de Martì, noto come il Prado.
Un largo viale, con al centro una zona pedonale alberata, che prende avvio dalla fine del Malecon, aprendosi con la statua del poeta Juan Clemente Zenea, e si chiude in prossimità del parco centrale e del Capitolio, nel cuore dell’Avana, la Habana Vieja. Al 112 del paseo si trova in realtà una scuola, evidentemente l’autore ha voluto scegliere un civico simbolico in cui le vite che si incrociano dentro il romanzo siano archetipiche dell’universo avanero di quegli anni, in quello scorcio definito “periodo speciale” in cui Cuba ha dovuto far fronte a mille difficoltà, essendosi venuta a trovare sola di fronte al mondo, senza l’aiuto e la collaborazione dei paesi socialisti che avevano garantito per anni la possibilità di alleviare il “bloqueo”, l’embargo economico imposto dagli statunitensi. A Mejides non è estraneo un gusto magico, o meglio, quel realismo magico tipico dello scrittore cubano José Lezama Lima, a cui non mancano riferimenti nelle pagine del libro e che abitava dietro il paseo, in calle Trocadero 162, oggi museo. Lezama Lima rappresenta certamente un riferimento e un esempio per Mejides, il quale, per quanto voglia costruire, pagina dopo pagina, una velata critica del sistema, o meglio offrire un insieme di persone sconfitte che dovrebbero far emergere la sconfitta collettiva della Rivoluzione socialista, in realtà restituisce, attraverso le preoccupazioni, le difficoltà, le complesse relazioni tra i protagonisti, non solo la durezza del “periodo speciale”, ma l’articolata umanità con cui una Rivoluzione deve confrontarsi. Non è infatti dato che le idee di sviluppo e di emancipazione di cui una Rivoluzione è portatrice siano condivise dalla totalità dei cittadini. Nasce allora quella complessa relazione tra spinte progressive promosse dal governo, con il consenso di una parte della società, e spinte regressive sostenute e promosse dall’altra parte della società, composta da donne e da uomini della medesima nazione, ma portatrici e portatori di idee, sentimenti, storie personali e culture che in qualche modo confliggono con i valori proposti dalla Rivoluzione e che in momenti di difficoltà, come il “periodo speciale” emergono con maggiore evidenza, fomentate da una neanche troppo velata resistenza passiva. La forte prossimità alla quotidianità delle figure che si intrecciano e che compaiono pagina dopo pagina rendono il libro capace, per quanto Mejides probabilmente non voglia, avendo volontariamente omesso qualunque figura positiva, di muoversi comunque nel solco della migliore tradizione del realismo socialista che, come scriveva Bertolt Brecht, è fedele riproduzione della convivenza umana.