“La libertà è terapeutica”
Questa scritta ancora oggi è chiara e leggibile in quello che è stato il manicomio di Trieste. Aprendo quelle porte Franco Basaglia cambia la storia della relazione con il disagio psicologico, indimenticabili le sue parole per convincere un’opinione pubblica perplessa: “Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale”, un vuoto a cui il dottore veneziano cerca di restituire senso e pienezza, attraverso la libertà. Tra i triestini molti sono i ricordi di queste donne e di questi uomini intimiditi che nelle vie cittadine intorno al grande parco che ospita il manicomio muovono in quegli anni settanta i primi passi di una nuova esistenza. La legge 180/78, che compie trent’anni, sancisce una svolta di civiltà. Con l’intervento di Stefano Fregonese vogliamo ricordare un uomo e le sue battaglie per un mondo diverso e partecipato.                       (la redazione)


1978 – 2008
Franco Basaglia
Prendersi cura, senza escludere


di

Stefano Fregonese
Professore di Psicologia della Relazione Educativa


Nel 1987 ritornai per la terza volta in Unione Sovietica. Tra i compagni di quel viaggio, ai quali mi ero aggregato per altri scopi oltre quello turistico, c’era Lucio Schittar. A quel tempo esercitava ancora come psichiatra ma non più per il servizio pubblico. La natura dell’organizzazione, tutta sovietica, del viaggio ci consentì diversi momenti di dialogo e conversazione. Ricordo che si interessò molto alle mie ricerche sullo psicologo georgiano D.N.Uznadze, del quale dovevo ritirare copia in microfiche di alcuni articoli che ero riuscito a reperire alla biblioteca Puskin di Mosca.
Per contro io ero molto interessato ai suoi racconti sulla nascita del servizio psichiatrico di Pordenone dove speravo di andare a lavorare una volta laureato.

Benché fossi al corrente della sua presenza e ruolo nella psichiatria friulana e italiana, Lucio Schittar era per me un personaggio ‘letterario’ nel senso che apparteneva al novero degli autori di articoli e libri che avevo letto e studiato nel mio personale cammino formativo che procedeva parallelamente a quello universitario: se in quest’ultimo il piano di studi era decisamente votato alla psicoanalisi, nel primo erano compresi, tra altri, approfondimenti sulla scuola di Francoforte – Adorno, Horkheimer, Habermas, Marcuse, e, sulla antipsichiatria, Castel, Foucault, Laing, Szasz, Wulff, Basaglia, Jervis, Pirella, Slavich e Schittar, appunto. L’occasione per intervistarlo e scoprirlo come persona era davvero interessante.

Quell’incontro mi aiutò a capire che ciò che chiamiamo cultura, personale o accademica, è un valore relativo finché non si sostanzia in una esperienza diretta della realtà che cerca di rappresentare. Di Lucio Schittar avevo letto L’ideologia della comunità terapeutica, pubblicato nel 1968 per Einaudi in L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico a cura di Franco Basaglia. Averne conosciuto l’autore mi permise di rileggere con altri occhi e altro cuore ciò che avevo studiato come un testo letterario tra altri. Una comprensione ancora più grande l’ebbi quando pochi mesi più tardi iniziai a lavorare davvero in una comunità terapeutica. 

Come mi aveva spiegato Schittar, mentre passeggiavamo tra le betulle di Detskoe Selo – Villaggio dei Bambini – nome assai più gioioso, assunto in epoca sovietica, dall’antico Zarskoe Selo Villaggio della Zar, il servizio psichiatrico di Pordenone costituiva una anomalia e una sperimentazione al tempo stesso: provincia costituita solo nel recente 1968, non vi era dislocato l’Ospedale Psichiatrico. Mentre le altre provincie italiane erano impegnate a seguire faticosamente le avanguardie Parma, Gorizia e Trieste nella storica impresa di aprire i Manicomi, Pordenone poteva dotarsi di un Servizio Psichiatrico Territoriale ove destinare gran parte di quelle risorse economiche e professionali che altrove erano ancora assorbite dalla macchina manicomiale.

Ciò che era rimasto omesso nella legge 180 del 1978, ovvero le norme per attuare i Servizi Psichiatrici sul territorio – gli ambulatori di salute mentale, i centri diagnosi e cura, le comunità terapeutiche, le strutture intermedie, le comunità protette, le cooperative di lavoro, divenne a Pordenone oggetto di sperimentazione sul campo. La presenza di Lucio Schittar prima e Enzo Sarli poi, la vicinanza geografica e culturale con Trieste, fece del Centro di Salute Mentale di Pordenone un foro del dibattito sull’antipsichiatria e sull’approccio sociale al disagio e alla salute mentale. Il convegno internazionale del 1988 intitolato La questione psichiatrica che si tenne nel giugno a Pordenone riaccese la discussione a dieci anni dalla legge sulla psichiatria più innovativa d’Europa e confermò che non vi erano allora, né vi sarebbero state in futuro, possibilità di tornare indietro. Si manifestava invece fortissima la necessità di attuare la legge. Da allora il processo avviato, esaurita la spinta propulsiva indotta da Basaglia e dagli psichiatri della sua generazione che aderirono alla ‘rivoluzione’, non si è fermato, ma molto rallentato. Oggi a trent’anni di distanza bisogna ri-equipaggiarsi degli strumenti culturali che permisero quel cambiamento e che devono consentire ogni giorno di operare quella necessaria rivoluzione della prospettiva che tende a farci vedere la follia come qualcosa altro da sé da escludere ed emarginare, e non come qualcosa altro di sé di cui prendersi cura.

Letture consigliate: Che cos’è la psichiatria? A cura di Franco Basaglia, PBE Einaudi, 1973 (prima edizione a cura dell’Amministrazione provinciale di Parma, 1967) rappresenta la pietra miliare da cui inizia il dibattito sulla situazione psichiatrica in Italia. Tutti i temi che sostanziati e approfonditi diverranno patrimonio della società italiana e porteranno alla Legge 180, sono qui presenti: il riconoscimento del manicomio come luogo di reclusione e punizione; i rapporti tra psichiatra e potere; la libertà comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale.

Del 1968 è L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, a cura di Franco Basaglia, sempre Einaudi. Vi si narra l’esperienza goriziana dimostrando come il problema della malattia mentale e la sua gestione sociale sia strettamente legato ai rapporti di potere della società e agli strumenti che essa adotta per operare un controllo sociale dei comportamenti devianti. Questo tema è approfondito nel testo del 1971 curato da Franco Basaglia insieme alla moglie Franca Basaglia Ongaro, La maggioranza deviante. L’ideologia del controllo sociale totale, Einaudi. L’ideologia della diversità viene analizzata e individuata come quell’ambito dove l’esasperazione degli opposti serve  a difendere e tutelare lo sviluppo economico in via di espansione o, ce ne accorgiamo oggi, in via di recessione. Ma non è solo l’ideologia della diversità, che oggi si declina sul versante della differenza etnica o della diversa cittadinanza, a farsi strumento di controllo sociale e di conservazione del sistema, ma anche le ideologie scientifiche i cui tecnici si prestano a farsi custodi di istituzioni discriminanti fino alla violenza (oggi, ancora le tante piccole istituzioni psichiatriche ‘totali’, ma anche la scuola prossima ventura fatta di classi etniche, il carcere, i centri di accoglienza migranti, i centri di permanenza temporanea, certi ospizi per anziani, o certi reparti ospedalieri, le organizzazioni di lavoro) ovvero tutti quelle istituzioni che trascurando in prima istanza di curare sé  stesse si avviano inesorabilmente a diventare luoghi dove si consumano veri e propri Crimini di pace: questo è il titolo del volume di saggi raccolti da Franco Basaglia e Franca Basaglia Ongaro per Einaudi nel 1975.