Cannes ‘04 - giovani per un altro mondo

di Davide Rossi

 

Dopo La cienaga, la palude, ambientato nella lontana Argentina del nord, nella regione del Salta, la brava Lucrecia Martel gira un altro bellissimo film chiuso in un claustrofobico albergo della sua nazione. La ragazza santa è magistrale per la capacità di condensare le contraddizioni e le ipocrisie della borghesia nazionale incapace di riprendersi dal trauma dell'illusione della facile ricchezza. Amalia, una ragazza che segue studi improntati ai temi religiosi, vive scombussolata la propria sessualità al punto che desiderio di redimere chi l'ha avvicinata senza chiederle il consenso e desiderio di carnale passionalità verso questa stessa persona si confondono, come confusi e senza speranze e senza idee sono donne e uomini che si muovono intorno a lei e ugualmente indecise e frastornate le amiche che si concedono, al di là dei tentennamenti, ai cugini, prone alle reciproche passioni. La ragazza santa è un film che trascende l'attualità, è in qualche modo universale, parla dei rapporti tra le persone, i quali, quando non si fondano sulla libertà e sul reciproco rispetto, si involvono pericolosamente tra parole e desideri espressi e inespressi, moltiplicando le incomprensioni e rendendo angusta e soffocante la percezione del mondo che ci circonda e problematico anche il rapporto con noi stessi, un soffocamento dell'anima che è l'esatto opposto di un approccio sereno verso un'umanità d'amare perché prima di tutto amiamo noi stessi.

 


Dall'Iran come sempre la forza di una cultura e lo splendore dei minareti sciiti accompagna le vicende, capaci di farci sorridere, di Esfandiar, addetto all'inumazione in un cimitero sito presso la moschea di un profeta. Moshen Amiryossefi con Sogno amaro racconta di donne e uomini che nella quotidianità del rapporto con i morti hanno attraversato stagioni diverse con lo stesso spirito, poco inclini a preoccuparsi di quello che avviene fuori dal loro mondo fatto di tombe. Il film ha un andamento sostenuto, divertente per le tante reciproche piccole invidie e piccoli desideri che animano i protagonisti, dimostrazione evidente che la ricchezza della cinematografia iraniana è capace di trovare più stili e più forme di comunicazione.

 

Sui campi di battaglia di Danielle Abrid ci riporta nella Beirut segnata dalla morte e dalle distruzioni dell'83. Lina è una ragazza che vede consumarsi la propria giovinezza tra corse per un po' di frutta e desiderio di baci che difficilmente potrà ricevere in un tempo di guerra segnato da obblighi e divieti e ore segregate in casa. Se Beirut Ovest resta il più bel film sulla guerra in Libano, la Abrid ci aiuta in ogni caso a capire l'insensatezza di tutte le guerre.

 

Il cileno Andres Wood ci emoziona al punto da consumarci nelle lacrime. Machuca è la storia di un ragazzo, di due ragazzi, di un popolo in un anno cruciale, è il racconto di quella che senza dubbio possiamo considerare - insieme alla Spagna di Durruti - la più grande esperienza democratica di tutto il Novecento: il Cile di Salvador Allende e di Unidad Popular. Siamo in un collegio del centro di Santiago, anno 1973. Il sacerdote, che ne è il direttore, ritiene sia scritto nel vangelo l'essere tutti fratelli, porta quindi, tra i banchi della scuola frequentata dai ragazzi abbienti, coetanei delle periferie, giovani che vivono tra assi di legno rimediate come pareti, che hanno vicino al materasso la bandiera rossa di quella coalizione che vede comunisti, cattolici e socialisti insieme al governo per garantire a ciascun bambino mezzo litro di latte al giorno. I fascisti e la ricca borghesia che hanno in spregio l'uguaglianza di opportunità che Allende vuole garantire a tutti i ragazzi, a tutti i cileni, stanno preparando il colpo di stato; il sangue di tanti innocenti sarà versato per mano di un infingardo, vile e spregevole generale di nome Pinochet. Pedro Machuca viene dalle baracche e diventa amico Gonzalo Infante dei quartieri alti. La loro amicizia attraverserà quel terribile settembre e li cambierà, perché si faranno entrambi consapevoli di come, con le parole di Rodomiro Tomic, tra giustizia e ingiustizia non esista una via di mezzo, non si possa mediare, non si possa trovare un compromesso con chi voglia umiliarti, voglia soffocare i tuoi pensieri, le tue emozioni, i tuoi sentimenti, voglia costringerti al silenzio e ad obbedire. Sono due ragazzi, ma la violenza dei militari li fa diventare grandi, imparano presto che chi ci insulta, ci ammaestra, ci punisce, si dimentica che siamo persone libere. Un film straordinario, una storia vera tratta dalla realtà, un insegnamento profondo, di cui la nostra vita - per avere senso - se ne dovrebbe fare ogni giorno consapevole.

 

Zano e Naima. Insieme passioni, tradimenti, flamenco, radici algerine che li portano dalla Francia alle coste africane attraverso le serre di pomodori dell'Andalusia. Esiliati di Tony Gatlif, gitano prima ancora per indole dell'anima che per concreta appartenenza al nomade popolo zingaresco, segue lungo le strade delle terre che abbracciano il Mediterraneo due giovani che viaggiando cercano di capire il mondo che li circonda e nel contempo loro stessi, il loro presente, loro passato, l'inizio del loro futuro.

 

Il regista di Colpa di Voltaire, Abdelatif Kechiche, con La schivata ci porta in una scuola superiore della periferia francese. Con discrezione entra in una classe e ne legge slanci umani e contraddizioni, spinte ad una più forte socialità e sentimenti che nelle loro complicazioni tornano a sollevare steccati. Le immagini che scorrono sono cronaca e metafora di una Francia forte di una impetuosa e positiva multiculturalità e al contempo sul crinale, in ampi settori della società, di una pericolosa regressione estremista che riversa sugli stranieri, ma più corretto sarebbe dire sui giovani francesi di origine straniera, la frustrazione e le difficoltà del declino dell'occidente con il suo carico di problemi a partire dalla crescente disoccupazione. Il film è girato con gli occhi e attraverso lo sguardo dei giovani, la Francia che arranca  è quella dei grandi, la Francia repressiva è quella delle forze dell'ordine. La schivata interroga anche la scuola francese, chiamata a riflettere sulla possibilità di affrontare Marivaux oggi, quando in classe molti, in alcuni casi la maggioranza degli studenti, muovono da un universo culturale e linguistico diverso da quello franco-francese, ovvero parlano in famiglia altre lingue, sono orientati ad altre esperienze culturali, portatori di storie che affondano lontano dalla “baguette” e da Molière le proprie origini. La professoressa che intende mettere in scena Il gioco dell'amore e del caso, un titolo che rappresenta bene il sentimento di precarietà dominante nella società francese, preme sull'entusiasmo e sulla bellezza del teatro, ma in fondo propone un testo distante dalla realtà e poco si industria nel far percepire ai ragazzi la sottile e complessa ricchezza del testo di Marivaux. Lydia, Krimo e tutti gli altri giovani si portano dentro domande a cui i grandi non sanno, non riescono a dar risposte, capiscono sempre più di dovere cercarle allora tra loro e dentro di loro. Le domande e le risposte che sapranno dare sono un patrimonio importante, saranno la Francia di domani.