Sotto una canicola storica che
ha visto Locarno e la Svizzera patire i 38° gradi
centigradi si è svolta la 56° edizione del FESTIVAL
DI LOCARNO come sempre ricco di proposte interessanti.
Al fuoco! Ma non
brucia solo una casa, bruciano dolori non sopiti,
verità non ancora conosciute, durezze inevitabili
dopo un conflitto fratricida. Eppure il dialogo,
l’incontro tra serbi e musulmani di Bosnia chiede
spazio, una speranza. La pellicola del bosniaco
Pjer Zalica costruisce fotogramma dopo fotogramma
il quadro di una società non pacificata ma che
chiede pace, consapevole che questa sarà possibile
chiudendo alcuni conti con il passato, ma anche
perdonando.
Complimenti a Luca Guadagnino che
attraverso Mundo civilizado ci porta tra
i giovani catanesi che a ritmo di musica credono
e scendono in piazza il 25 aprile.
Il mio nome è Bach, facile
a dirsi ma la storia degli ultimi anni di vita
del grande Johann Sebastian e la breve frequentazione
del giovane re prussiano Federico II sono ben più complicati.
Dominique De Rivaz li ricostruisce con grande qualità.
Il dono di Michelangelo
Frammartino è un cinema che meriterebbe d’esser
visto più spesso. Luoghi, volti, immagini, persone.
Un universo semplice, agreste e antico si muove
attorno a Caulonia nel reggino, un mondo ancora
attuale eppure tanto dimenticato, dialoghi non
ce ne sono ma non se ne sente la mancanza, le parole
sono sopraffatte dall’intensità della vita.
Certamente la migliore interpretazione
femminile. Diana Dumbrava è di una bravura insuperabile. Maria del
rumeno Calin Netzer è la storia vera di una donna
capace di far emergere la sua carica umana, la
sua dignità, la forza, l’amore per i sette figli,
mentre l’abisso la risucchia in un mondo sempre
più fortemente contrassegnato dalla violenza e
dalla miseria. Morirà – perché la sotira è vera
- a 34 anni nel 1994 vittima di un passaggio al
capitalismo lastricato di morti. Un film toccante
e ineccepibile.
Senza possibilità di speranza, la
dura e spietata freddezza del consulente finanziario
mette alla porta la madre single, l’invalido, tutto
in nome della produttività e dietro la scusa che
altrimenti non si potrebbe, anzi perderebbero il
posto di lavoro anche gli altri operai della fabbrica. La
violenza degli scambi di Jean Marc Moutout è magistrale
nel mostrare la logica che domina la nostra società contemporanea,
freddo nell’esposizione dei fatti che risulta più crudele
di qualunque critica argomentata. Bravissimi tutti
gli interpreti a partire dal protagonista dal volto
cinico e beffardo Jeremie Renier.
L’argentina frastornata e disorientata
di oggi ci è restituita da I guanti magici di
Martin Rejtman e da Nuotar da solo di Ezequiel
Acuna che mostrano come la classe media debba fare
i conti con il suo non essere più il cuore di una
società in espansione ma l’ultimo avamposto di
un mondo che si sgretola e immiserisce. Assenza
di dialogo, incomprensioni e depressioni si moltiplicano
a tutte le età, tanto tra figli, quanto tra genitori. È un
vedersi senza guardarsi, sentirsi senza ascoltarsi,
un sopravvivere a se stessi, tanto per chi non
sogna più, quanto per chi si inventa improbabili
investimenti.
Dall’Iran Alireza Amini porta Lettere
al vento, titolo omonimo di un bel film albanese
uscito nelle sale italiane questa primavera.
Qui però il vento non porta lettere di carta,
ma parole registrate da giovani reclute di una
caserma della Rivoluzione, ragazzi semplici che
desiderano parlare alle loro famiglie e grazie
al piccolo registratore mandare messaggi e ascoltare
voci, suoni e rumori della capitale Teheran e soprattutto voci di ragazze
per sognare nelle camerate, in cui il registratore
passa di mano in mano, facendo chiudere gli occhi
ai giovani militari con il desiderio di un sogno
che sarà bruscamente interrotto alle 4.30 da
un’altra dura giornata. Semplice e profondo come
la cinematografia iranaiana sempre riesce ad
essere.