Le derive del mondo sugli schermi di Locarno 2003

di Sofia Tega

Sotto una canicola storica che ha visto Locarno e la Svizzera patire i 38° gradi centigradi si è svolta la 56° edizione del FESTIVAL DI LOCARNO come sempre ricco di proposte interessanti.

Al fuoco! Ma non brucia solo una casa, bruciano dolori non sopiti, verità non ancora conosciute, durezze inevitabili dopo un conflitto fratricida. Eppure il dialogo, l’incontro tra serbi e musulmani di Bosnia chiede spazio, una speranza. La pellicola del bosniaco Pjer Zalica costruisce fotogramma dopo fotogramma il quadro di una società non pacificata ma che chiede pace, consapevole che questa sarà possibile chiudendo alcuni conti con il passato, ma anche perdonando. 

Complimenti a Luca Guadagnino che attraverso Mundo civilizado ci porta tra i giovani catanesi che a ritmo di musica credono e scendono in piazza il 25 aprile.

Il mio nome è Bach, facile a dirsi ma la storia degli ultimi anni di vita del grande Johann Sebastian e la breve frequentazione del giovane re prussiano Federico II sono ben più complicati. Dominique De Rivaz li ricostruisce con grande qualità.

Il dono di Michelangelo Frammartino è un cinema che meriterebbe d’esser visto più spesso. Luoghi, volti, immagini, persone. Un universo semplice, agreste e antico si muove attorno a Caulonia nel reggino, un mondo ancora attuale eppure tanto dimenticato, dialoghi non ce ne sono ma non se ne sente la mancanza, le parole sono sopraffatte dall’intensità della vita.

Certamente la migliore interpretazione femminile. Diana Dumbrava è di una bravura insuperabile. Maria del rumeno Calin Netzer è la storia vera di una donna capace di far emergere la sua carica umana, la sua dignità, la forza, l’amore per i sette figli, mentre l’abisso la risucchia in un mondo sempre più fortemente contrassegnato dalla violenza e dalla miseria. Morirà – perché la sotira è vera - a 34 anni nel 1994 vittima di un passaggio al capitalismo lastricato di morti. Un film toccante e ineccepibile.

Senza possibilità di speranza, la dura e spietata freddezza del consulente finanziario mette alla porta la madre single, l’invalido, tutto in nome della produttività e dietro la scusa che altrimenti non si potrebbe, anzi perderebbero il posto di lavoro anche gli altri operai della fabbrica.  La violenza degli scambi di Jean Marc Moutout è magistrale nel mostrare la logica che domina la nostra società contemporanea, freddo nell’esposizione dei fatti che risulta più crudele di qualunque critica argomentata. Bravissimi tutti gli interpreti a partire dal protagonista dal volto cinico e beffardo Jeremie Renier. 

L’argentina frastornata e disorientata di oggi ci è restituita da I guanti magici di Martin Rejtman e da Nuotar da solo di Ezequiel Acuna che mostrano come la classe media debba fare i conti con il suo non essere più il cuore di una società in espansione ma l’ultimo avamposto di un mondo che si sgretola e immiserisce. Assenza di dialogo, incomprensioni e depressioni si moltiplicano a tutte le età, tanto tra figli, quanto tra genitori. È un vedersi senza guardarsi, sentirsi senza ascoltarsi, un sopravvivere a se stessi, tanto per chi non sogna più, quanto per chi si inventa improbabili investimenti.

Dall’Iran Alireza Amini porta Lettere al vento, titolo omonimo di un bel film albanese uscito nelle sale italiane questa primavera. Qui però il vento non porta lettere di carta, ma parole registrate da giovani reclute di una caserma della Rivoluzione, ragazzi semplici che desiderano parlare alle loro famiglie e grazie al piccolo registratore mandare messaggi e ascoltare voci,  suoni e rumori della capitale Teheran e soprattutto voci di ragazze per sognare nelle camerate, in cui il registratore passa di mano in mano, facendo chiudere gli occhi ai giovani militari con il desiderio di un sogno che sarà bruscamente interrotto alle 4.30 da un’altra dura giornata. Semplice e profondo come la cinematografia iranaiana sempre riesce ad essere.

Anche quest’anno bisogna dire grazie a Piero Marcon che sotto il portico del suo negozio di capi alla moda (consultare per credere www. networkstore.ch ), subito sopra la piazza Grande verso il palazzo Morettini, rifocilla il popolo festivaliero con un allegra tavolata in cui ci si incontra, si ride, si scherza, ci si conosce, ma soprattutto si mangia quanto la generosità del nostro amico veneziano ormai fattosi ticinese e le sapienti mani della sua consorte sono pronti a metter sulla tovaglia per ciascun giorno del festival. Diciamolo, senza la sua collaborazione dureremmo fatica  ad arrivar a sera reggendo proiezione dopo proiezione. Quindi: GRAZIE!!!                                          D.R.