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Immagini
veneziane 2003
di Manuela Tempesta
Grande Il sole assassinato del
regista algerino Abdelkrim Bahloul, capace di raccogliere
al Lido molti applausi sentiti e assolutamente meritati.
Il film racconta la vicenda di Jean Senac, combattente
nel 1962 per l'indipendenza dell'Algeria e innamorato della
libertà della cultura, che promuove attraverso una trasmissione
radiofonica. Le poesie che seleziona e legge sono seguite
da un vasto pubblico, tra cui Hamid e Belkacem, due giovani
artisti ricchi di talento, che preparano uno spettacolo
teatrale per un concorso nazionale. Ma il dramma scritto
da Belkacem è squalificato con la scusa che è scritto in
francese, la vicenda dei due giovani si intreccia con quella
di Senac, che li incoraggia a continuare. La loro battaglia è infatti
anche la sua battaglia, coraggiosa, combattuta non solo
attraverso le parole ma anche prendendo posizioni che non
piacciono a chi, venendo meno agli ideali rivoluzionari,
crede possibile imporre una lingua o degli autori da leggere.
La resistenza al sistema viene punita: Senac viene assassinato.
Belkacem continuerà però l’impegno a favore della libertà d’espressione
in Algeria, mentre Hamid lascerà il paese, promettendosi
di non tornarci più, se non da vecchio. Il film riesce
a comunicare, in modo molto chiaro, sia l'esuberanza giovanile
legata alla voglia di cambiamenti, sia le difficoltà di
Senac nel diffondere una cultura alternativa in una nazione che iniziava a lasciare pochi
spazi alla libera espressione. Senac ci insegna che non
bisogna rinunciare a lottare per cambiare l'ordine delle
cose esistenti. Perché il "sole" non si può assassinare.
Tavarelli con una storia sceneggiata
tra gli altri da Angelo Carbone, vincitore del Premio Solinas
del 2001 e allievo di Francesco Bruni (abituale sceneggiatore
dei film di Paolo Virzì) presso la Scuola Nazionale di
Cinema di Roma mette in scena Liberi. Sullo sfondo
di una Pescara estiva e della sua provincia, ruota la storia
del giovane Vince, alle prese con problemi
di lavoro ma anche sentimentali, non solo suoi: suo padre
viene infatti licenziato dalla fabbrica, sua madre intreccia
una nuova relazione e si trasferisce. In una società dove è difficile
essere veramente "liberi", Vince almeno ci prova,
e aiuta Genny, la ragazza di cui si innamora e che lavora
insieme a lui, a liberarsi delle sue fobie. I due giovani
attori, Elio Germano (Vince) e Nicole Grimaudo (Elena)
affiancano il bravo Luigi Maria Burruano (il padre) e aggiungono
spontaneità e leggerezza ad un bella pellicola.
Nella Tel Aviv di oggi, mentre una
radio annuncia in sottofondo il moltiplicarsi di morti
e attentati, il regista Amos Gitai rappresenta Alila uno
sfaccettato paesaggio umano, fatto di visi
e corpi. Questo, secondo l’autore, è il vero “materiale
del film”. L’esterno si riversa negli spazi intimi, attraversa
i muri, costante è l’uso della carrellata dall’interno
di un edificio verso l’esterno e viceversa: la realtà scivola
verso la camera da letto di Alila e di tutti gli altri
protagonisti, che trasmettono una sensazione di claustrofobia,
abitando in un condominio pervaso dai pettegolezzi, ma
capace d’essere anche divertente. Il regista vuole trasmettere
al pubblico un Israele “sorridente e sensuale”, dove comunque
alla fine il figlio giovane rinuncia, confortato dai genitori,
a prendere la via di un servizio militare che lo avrebbe
portato ad uccidere i palestinesi nei territori.
La macchina da presa si sofferma
su ogni dettaglio con uno sguardo meticoloso. 21 grammi parla
della perdita di sé stessi ma anche della speranza: i personaggi
vincono “loro stessi”, perché questa è l’unica cosa che
si può vincere, una sorta di redenzione. Il regista Alejandro
Gonzalés Inarritu, già autore dell’interessante Amores
perros, presentato nel 2000 a Cannes, afferma che “svelare
la storia pian piano è un dono per lo spettatore”, che
tuttavia rimane frastornato da un continuo muoversi sulla
linea del tempo. “Varie tessere di un mosaico si incastrano
una con l’altra, proprio come il mondo. E’ affascinante
vedere come tutto riesca a stare insieme, nella sua frammentarietà”.
In un mondo così strutturato, lo sceneggiatore Guillermo
Arringa Joràn è riuscito ad esaltare la drammaticità di
ogni scena (la stesura completa della sceneggiatura ha
richiesto 3 anni), e ad intersecare i pezzi di vita dei tre protagonisti, dopo un
incidente imprevisto: Paul (interpretato da un intenso
Sean Penn), Jack (Benicio Del Toro) e Cristina (Naomi Watts).
“Ogni scena è come una molecola” ha affermato ancora il
regista, e 21 grammi è il peso che si perde quando si muore.
Ma in fondo, quanti sono 21 grammi? E che cosa significano?
Questo è l’interrogativo che si pone al pubblico che abbia
la pazienza di non sottrarsi alla visione anzitempo.
Venezia 60°: immagini da un mondo
in movimento
di Davide
Rossi
Lieve, dolce, bella. L’attrice Camila Toker è protagonista assoluta della
merita menzione speciale della Settimana internazionale
della critica. Ana e gli altri ci racconta un’Argentina
soleggiata e decembrina, calma nel suo gustarsi l’estate
australe dominata da orizzonti celestini increspati da
qualche nuvola passeggera, desiderio di spiagge, cicale
non infastidite dalle poche automobili in circolazione.
Ana torna nella regione del Paranà e cerca sé stessa tra
gli amici delle superiori. Troverà alla fine anche Mariano,
amico di allora, dopo aver incontrato tanti altri e anche
un bambino a cui giocosamente insegna come la vita sia
più complicata di quello che ci immaginiamo. Un piacevolissimo
film argentino nel segno di una scuola che ogni anno cresce
sempre più. Abolfazl Jalili narra in La prima lettera della
scuola di oggi, di una religione che è amore e libertà ma
persone chiuse di cuore trasformano nella negazione della
musica, della fotografia, del cinema. Due ragazzi, lei
della comunità ebraica iraniana, si incontrano nel 1979,
il loro amore sarà più grande delle difficoltà frapposte
da una rivoluzione che in questa pellicola manifesta le
sue contraddizioni come in Silence between two thoughts di
Babak Payami in cui un orfano, fatto boia in un villaggio
sperduto per volontà d’un mullah induritosi nella interpretazione
deteriore del Corano, pagherà nel momento in cui la popolazione
se ne libererà, non mancando di compiere una straordinaria
azione, liberare la donna che gli è stata assegnata, perché possa
tornare ad assaporare il gusto della vita. Terza pellicola
iraniana è Il piacere della follia di Hana Makmalbaf,
quattordici anni, tanto entusiasmo e altrettanta determinazione
per firmare un inseguir la sorella Samira alla ricerca
degli interpreti per il suo film Alle cinque della sera.
Hana raccoglie sguardi, emozioni e preoccupazioni di una
società, quella afgana, che si porta dentro ancora intera
la tragedia di una stagione di violenza. È bello aver visto
un suo film quando solo pochi anni fa l’abbiamo apprezzata
interprete di sé stessa nelle prime immagini del capolavoro
paterno Pane e fiore. “Mi interessava capire se
c'era una traccia che contraddicesse la tragicità del caso
Moro”. È stata questa la prima dichiarazione di Marco Bellocchio
in merito a Buongiorno, notte. Ma Belloccio invece
non indaga, nega pure quello che è accertato, come l’uccisione
della scorta di Moro da parte dei servizi segreti. Costruisce
un film giocato sulla psicologia dei brigatisti presentati
come vittime delle idee e confonde per traslato tutte le
idee, peggio, facendo dei brigatisti la sintesi di queste.
Ne risulta un film ben interpretato ma brutto e irragionevole
perché nonostante il “Fischia il vento” cantato da alcuni
ex partigiani si vuol dire e accomunare tutti promuovendo
il disvalore dell’impegno sociale. Peccato. Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e
Maresco è la più riuscita sintesi del loro fenomenale cinema
che da sempre lega disperazione umana e ironia causticamente
mordace, se nel finire il film si fa meno comico merita
tuttavia d’essere ricordato a tutt’oggi come la più allegra
e straordinaria prova del duo palermitano. Un film normale
e nulla più il vittorioso Il ritorno di Andriej
Zvyagintsiev, segnala almeno che un filone di buon cinema è ancora
sopravvivente nelle lande russe in cui una male interpretata
modernità ha travolto e distrutto in questi anni una delle
più grandi cinematografie del ‘900. Dalla Lettonia interessante
e classico nei movimenti di macchina Pitoni di Laila
Pakalnina, storia di scuola in un modo cambiato forse troppo
velocemente. Ballo a tre passi di Salvatore Mereu
porta sullo schermo i colori, le tradizioni, i volti e
i luoghi della Sardegna in un ballo in quattro tempi secondo
il ritmo delle stagioni. Scavato nell’intimità delle donne
che seppero resistere al nazismo è il bello Rosenstrasse di
Margarethe von Trotta. Occhi che brillano del serbo
Srdian Karanovic è un cinema che non è venuto meno a sé stesso
e pur in una commedia si ricorda di Tito. Dalla Puglia
arrivano Italian Sud Est di un gruppo collettivo
di registi che girano a basso costo tra una ferrovia dimentica
eppure resistente, pomodori in insalata, ulivi e tracce
d’antiche civiltà e Il Miracolo di Edoardo Winspeare
capace di restituire all’amore la sua forza straordinaria
e fotografare Taranto bella come forse mai più le accadrà.
Poco lontano oltre il canale d’Otranto, in Albania, si
reca con discrezione Giuseppe Gaudino che ci restituisce
immagini di un popolo nel tempo, Materiali a confronto non
rinuncia a proporci le spiagge albanesi negli anni sessanta,
affollate da bagnanti allegri che sotto l’ombrellone leggono Zeri
i populit, un mondo ben diverso da quello travisato
dalla propaganda contraria a quell’esperienza. Chiudiamo
con il solito film coreano che mischia, assenza di dialogo,
un po’ di sesso, frustrazioni di una società in cui chi
sciopera viene arrestato per attentato alla collettività,
eppure merita di essere segnalato per una particolarità che
probabilmente gli negherà l’accesso alle sale, in La
moglie di un buon avvocato di Im Sangsoo infatti il
padre del giurista, malato e ormai all’ospedale, intona
un canto che inneggia a Kim Il Sung e alla Resistenza nordcoreana
contro l’invasione americana del ’50, troppo per una Sudcorea
scarsamente interessata al confronto tra le culture e al
dialogo.
Venezia - Mattatoio
di Valentina
Dell’Orto
“La scienza non ci ha ancora detto
se la follia sia o no il sublimato dell’intelligenza”.
Inizia così Mattatoio, che ci trascina nella
vita solitaria di un uomo (pazzo?, visionario?), nelle sue passeggiate notturne, nei suoi balli solitari,
nella sua follia. Boris vive solo, non vuole essere visto
dagli altri, ha perso ogni contatto col mondo esterno,
si è creato un nuovo mondo, dove è lui a dettare le regole. Un viaggio all’interno
della volontà irrazionale, della istintività umana, coi
suoi sentimenti più estremi e primitivi. E con
lui siamo trascinati anche in un gioco crudele e letale
di re, boia e vittima. Un film volutamente disturbante,
fastidioso, dove la musica irrompe a tutto volume dallo
schermo, dove le immagini, frammentate, che diventano quadri, non si lasciano guardare con agilità,
ma sono comunque in grado di attirare l’attenzione, di
colpire, soprattutto di shockare. Lo stesso regista,
Akab, ha ammesso “sono stanco del cinema facile”, e questo
film è tutt’altro che facile, tutt’altro che convenzionale,
ma proprio per questo vale la pena vederlo.
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