Gente argentina tra lacrime colpevoli e dignità ritrovata
di Marta Benenti

Una seggiola, una pelliccia, due pentole. Un attore, Manuel Ferreiera. Un argentino che prova rabbia con tutte le erre pronunciabili... rabbia nel parlare del suo paese, rabbia nel pensare ai disoccupati, ai piqueteros, rabbia nel vedere la sua gente risvegliatasi in un incubo di povertà inaspettata. Davvero inaspettata? È la rabbia dell'Argentina prospera e consumista, della “classe media generalizzata” che si è ritrovata di punto in bianco senza soldi, spaesata, con un nuovo presidente ogni due giorni. Per la prima volta la cosiddetta “gente come uno” – questo il titolo dello spettacolo curato dalla regista Elena Lolli e andato in scena all'interno della stagione “Tamburi nella notte” promossa dal Teatro Verdi - si è ritrovata a scendere in piazza a manifestare, sbattendo le pentole, gridando, ascoltando l'inno nazionale tenendosi per mano con le lacrime agli occhi. “Premetto” dice la madre di Manuel, ovvero Manuel stesso sciolti i capelli e indossata la pelliccia, “tutta gente per bene, elegante, gente come uno, …” Tutte persone che hanno abbassato la guardia o voltato la testa da un'altra parte, magari distratta dalle vetrine di quegli shopping center sorti come funghi, oppure dai cartelloni pubblicitari che ricoprivano Buenos Aires fin quasi a nasconderla e ora muoiono di fame. Povera Argentina. Niente più tango, passione, Patagonia (“anzi quasi quasi la vendiamo!” dicono i politici), ma cartoneros (raccoglitori di cartoni per garantire un pasto alla famiglia senza rinunciare alla propria dignità o essere risucchiati nell'illegalità) e ancora decine di morti nelle piazze, rapimenti ed il sorriso sgargiante del presidente di turno (magari basso e pelato!). Di quella patria, contenitore vuoto e infangato, è rimasta la gente. Sì, perché un paese, una nazione, una patria, non sono altro che le persone che la compongono. Gente – come afferma Manuel – che non ha perso la dignità e che ci penserà due volte prima di distrarsi di nuovo. Straordinaria è la somiglianza con l'Italia: progressiva privatizzazione dei servizi, tagli a destra e a manca, continua diminuzione del potere d'acquisto degli stipendi, promesse e plastiche facciali, sorrisi a quarantadue denti. L'esperienza argentina dovrebbe metterci in allarme, eppure pare che anche da noi la classe media - e non solo quella - tenda a guardare altrove. È tempo di svegliarsi.