speciale XIII° FESTIVAL del CINEMA AFRICANO di MILANO

 

Le emozioni di un continente

di Elisabetta Mero


L’ultimo festival del cinema africano si è svolto in un periodo delicato, infatti proprio in quella settimana era da poco iniziato l’attacco americano in Iraq. In frangenti come questi i “gridi di libertà” presenti in quasi tutti i film della rassegna africana, seppur in modo diverso, possono apparire come un buco nell’acqua perché denunciano dei mali che sembrano destinati ad essere inestirpabili. Ma non ci si può fermare davanti a niente anzi proprio adesso deve aumentare la speranza e la voglia di conoscere culture nuove per abbattere i pregiudizi in vista di un futuro di convivenza pacifica tra i popoli. La qualità artistica, dimostrata in molti film di questo festival, ha la capacità di sublimare la  realtà e ci può aiutare a riflettere sui comportamenti umani. Un esempio di produzione a livello artistico molto significativo è fornito dal suggestivo lungometraggio del senegalese Moussa Sene Absa “Madame Brouette” che ha come protagonista l’emancipata Mati, detta Madame Brouette, che vive poveramente trasportando per le vie di Dakar il suo carretto di verdura da vendere. Affiancata dall’amica Ndèye, anche lei divorziata, insegue il suo sogno di avere una bettola per farci un ristorante. Nel momento in cui si innamora nuovamente, però, di Naago, un poliziotto che si rivela essere un uomo senza scrupoli, va incontro a tanti problemi ed infelicità. Infatti lui diviene sempre più un ostacolo alla sua libertà, per la quale  Mati aveva da sempre combattuto, l’unica soluzione è che lui se ne vada, ma come? Il film  vuole essere, come il regista ha affermato al termine della visione, una denuncia dei mali di un mondo contraddittorio come quello della città di Dakar, mali che possono essere ridotti grazie all’iniziativa e al coraggio di persone libere interiormente come la protagonista. Inoltre vengono messi a nudo i tabù che intercorrono, nel rapporto tra uomo e donna, in paesi in cui i diritti umani non sono ancora stati raggiunti e anzi sono l’eccezione perché vanno contro a un mondo legato a tradizioni ingiuste e superate. Un capolavoro, questo lungo di Moussa, che insegna, attraverso un linguaggio cinematografico sofisticato, grazie anche all’aiuto di un coro onnipresente che con canti ci ricorda il tema fondamentale, ad amare la libertà e a lottare per essa. Sempre di ambito senegalese abbiamo il video “Les femmes du rail” di Chantal Djèdjè, documento di un viaggio sul treno da Dakar a Bomako insieme alle venditrici che portano avanti, affrontando innumerevoli fatiche, il loro arduo lavoro di commercianti. Sono donne che hanno scelto una loro strada senza subire imposizioni, ma in Africa fare ciò è difficile perché si rischia di perdere la propria famiglia e di non essere comprese dalla società. Il video, nell’intenzione della regista, vuole essere un “hommage aux femmes” come dice la canzone finale; inoltre fa parte di un progetto di promozione culturale e di diffusione di film nei villaggi allo scopo di far conoscere agli africani la loro produzione cinematografica trascurata a causa degli scarsi mezzi. Tornando ai lungometraggi dal Sudafrica è da citare “Promised Land” di Jason Xenopoulos; il regista ambienta la sua vicenda in un luogo che sembra non aver avuto contatti con gli avvenimenti storici da molto tempo. George, londinese, arriva in una comunità di afrikaneer, suoi parenti da parte di madre, per ritrovare le sue radici. Scopre, invece, un mondo gretto, ignorante, legato a tradizioni che non hanno più alcun fondamento né politico né sociale, ancorato a un razzismo bieco e a un modus vivendi basato sulla violenza. Viene trattata una tematica interessante e originale attraverso i toni angoscianti del thriller; il limite però è proprio questo eccedere nei motivi inquietanti che arrivano a volte all’esasperazione e a sfiorare l’assurdo. Il festival è anche un’occasione per conoscere intellettuali africani a noi poco noti, come la sudafricana Bessie Head, grazie al video “Bessie Head: a soul divided” di Emily Mokoena-Mati, che si basa sulla lettura di alcune lettere della donna, il tutto condito di danze e musiche che rievocano la sua vita. La scrittrice aveva vissuto il dramma dell’Apartheid nel profondo, in quanto figlia di madre bianca e padre nero, ma non per questo si fermò nella sua lotta coraggiosa contro i pregiudizi di un mondo crudele quale quello che avevano creato i bianchi in Sudafrica a partire dal 1948. Tra i lungometraggi più apprezzati e pubblicizzati troviamo “Rachida” di Yamina Bachir-Chouikh che mette a nudo, secondo l’intento della regista algerina, la dolorosa e pericolosa quotidianità di molte donne algerine che hanno scelto semplicemente di condurre una vita normale. Rachida è infatti un’insegnante in una scuola elementare e si rifiuta di portare il velo ma un giorno viene presa di mira da uno dei tanti gruppi di terroristi che, al rifiuto della ragazza di sottostare al loro piano criminale, le infligge una grave ferita fisica e soprattutto psicologica. Rachida non riuscirà mai a liberarsi della paura, anche rifugiandosi in un piccolo paese di campagna sarà testimone di violenze subite soprattutto dalle donne. Non sembrano esserci motivi, per una donna come Rachida, per sperare, ma il film vuole chiudersi con un segno di libertà: dopo una notte di violenze, soprusi e paura ad opera di una banda di terroristi, sulle macerie della scuola del paese, dove Rachida ha da poco ripreso ad insegnare, i bambini si riuniscono lo stesso; inconsapevolmente hanno compreso che solo con la consapevolezza e la cultura si potrà costruire un mondo migliore e combattere per sempre l’ignoranza del terrorismo. Come questo film anche il cortometraggio di Khaled Ammari “Echos d’Algerie” è una coraggiosa e palese denuncia di queste violenze, qui riversate su Maz, un uomo pacifico, libero e generoso, proprio per questo considerato pericoloso. La violenza sugli innocenti, oltre a non avere logica, può avere dei risvolti imprevedibili, infatti sarà un altro innocente a morire al posto di Maz. In un quarto d’ora  scarso il giovane regista riesce a condensare molti messaggi e simbologie; per esempio ci presenta un velo bianco posto dai terroristi davanti all’entrata di casa di Maz per riconoscere, la notte successiva, il luogo dove compiere l’omicidio, il velo solitamente viene usato per coprire il morto dopo la sepoltura quindi doveva essere un avvertimento ma, una bambina, giocando, lo sposta davanti alla porta di un altro. Il filmato è tratto da una storia vera accaduta in Algeria ad un ragazzo che aveva l’unica “colpa” di insegnare ai bambini argomenti diversi rispetto a quelli della dottrina comune. Ma i terroristi con la loro crudeltà dimostrano di non rispettare né Dio né gli uomini e la loro libertà. Sono ancora da nominare piccole opere di qualità come il corto “The Ball” di Orlando Mesquita che nella sua semplicità allude a un problema essenziale in paesi sottosviluppati come il Mozambico: l’uso del preservativo, qui ironicamente utilizzato dai bambini per giocare a calcio. E ancora “Source d’historie” di Adama Roamba cortometraggio proveniente dal Burkina Faso che analizza un problema per niente affrontato dalle autorità locali dei bambini soldato. Insomma tanti temi vengono toccati in questo festival che molto ci ha insegnato e ha fatto nascere in molti un interesse forte per le tormentate ed affascinanti vicende del mondo africano.


La forza delle donne del Mediterraneo non conosce confini

di Davide Rossi

Le donne del Mediterraneo si assomigliano, comuni sentimenti di libertà, stessi legami d’amicizia, forti vincoli sociali che spesso però opprimono. Per capire che tra la nostra penisola e la Tunisia un semplice braccio di mare non può costruire differenze incolmabili è sufficiente apprezzare i tre bellissimi lungometraggi presentati al festival. Bambole d’argilla di Nouri Bouzid, La bottega dei libri di Nawfel Saheb Ettaba e Bedwin hacker di Nadia el Fani. Nella prima pellicola una bambina nella Tunisi d’oggi scappa da una servitù imposta, costretta a neanche dieci anni ad essere domestica dalla sua povera famiglia di campagna, nella seconda due donne cercano la libertà per esprimersi al di là dei vincoli di una società che lascia poco spazio, lo straordinario affermarsi di una ragazza invece nella terza, racconto di una giovane informatica capace d’inviare sulle televisioni europee messaggi di pace attraverso il suo computer, con buona pace della polizia che la insegue. Colori, forza delle immagini, grandi interpretazioni, vissuti così personali eppure capaci di farsi cinema a tutto tondo anche se c’è chi non capisce e non distribuisce questo straordinario cinema. Ma sappiamo che è così, Nouri Bouzid ha portato qualche anno fa a Venezia Figlia di famiglia, superlativo, tre donne che si incontrano e incrociano nella capitale tunisina alla ricerca della loro strada, unite da una sensibilità e da un’umanità che le aiuta a guardare al domani. Risultato: dimenticato nel giro di pochi giorni. Peccato. Auguriamo migliore fortuna a queste pellicole ed anche al film algerino La figlia di Keltoum di Mehdi Charef, vincitore del premio del pubblico, toccante storia in cui ancora una ragazza ricerca le sue radici e percorre le strade assolate della sua terra scoprendo gli altri e imparando a conoscersi.

 

Animazioni tra materiali alternativi e storie vissute

di Marta Benenti

Il festival del cinema africano ha dedicato ampio spazio ai cartoni animati prodotti nel continente utilizzando i più diversi materiali, oltre ai disegni, la sabbia e la carta, i pupazzi in fil di ferro, le stoffe colorate, il tutto per rendere paesaggi e personaggi. Inaspettato e interessante il documentario ivoriano Abidjan dei ragazzi di Diabatè, Mercier e Bellanger, tre autori di film di animazione che offrono ad alcuni giovani di diversa estrazione sociale la possibilità di raccontare le proprie esperienze attraverso i disegni che andranno a formare un cartoon. Il racconto è molto amaro, fonde storie differenti per esperienze e convinzioni, la droga, il furto, la fuga e la fortuna in un paese straniero, l’attaccamento al proprio paese e il lavoro minorile. Alla fine ci si chiede se è davvero possibile che queste siano le aspettative dei nostri coetanei della Costa d’Avorio, così ingiustamente diverse dalle nostre.