Cinema, immagini, emozioni
di Valentina Labate
Oro rosso
di Jafar Panahi
Un colpo di pistola alla tempia e tutto è finito. Il rapinatore della gioielleria, ormai in trappola, si appoggia alle inferiate che lo separano dalla strada, e preme il grilletto. Finisce così la vita di Hussein, in una pozza di oro e sangue. Uno sparo. Poi silenzio…e il rombo di una motocicletta. E' la moto di Hussein che ci accompagna per le strade della Teheran del nuovo millennio, dai vicoli tortuosi e affollati della periferia fino alla tranquillità dei grattacieli della città alta, alla ricerca della casa in cui consegnare la pizza. Non parla Hussein, ma osserva e pensa. Pensa al suo matrimonio, a come procurarsi dell'oro per la cerimonia, alla sua gioventù e al passato da soldato. Intanto la strada scorre e ci mostra il volto di una città contraddittoria e spietata, completamente diversa dalla Teheran che nel 1979 avevano sognato milioni di persone nelle piazze della rivoluzione. Si aprono porte che lacerano la società iraniana permeandola di una disparità abissale. Ville con piscina, immensi palazzi tracciano un confine invalicabile con il resto della città – la maggior parte - che vive e pulsa nei ghetti,ai margini della società, in condizioni miserabili. Hussein entra e esce da questi due mondi fino a imbattersi in una gioielleria del centro. Intenzionato a comperare dell'oro viene immediatamente respinto e allontanato. Il suo posto è un altro. È il bazar della periferia. Non può permettersi – non è una questione di soldi – di acquistare dell'oro nella città alta. Macchiato dalla colpa della povertà è costretto ad andarsene. Deluso e amareggiato ma intenzionato a tornare Hussein riprende il suo viaggio per la città che Panahi non evita di raccontarci nelle sue mille sfaccettature e problematiche senza limitarsi alla denuncia delle differenze sociali. Colpiscono, infatti, le continue incursioni della polizia (non a caso viene più volte ripetuta la frase “il 57 è troppo forte per me” , marca di sigarette, ma anche anno dell'istituzione della polizia segreta SAVAK) che soffocano il desiderio di evasione dei giovani; il disagio della nuova generazione nei confronti della tradizione troppo rigida e teocratica (assolutamente proibite feste in case private) e la contaminazione occidentale in grado di imporre nuovi valori e aspirazioni (un paio di Nike ai piedi suscitano ammirazione e invidia). Emblematico e significativo l'incontro di Hussein con un giovane rampollo, nevrotico e americanizzato, “prigioniero” nella sua stessa reggia all'ultimo piano di un grattacielo. Impressionato e intimidito da tanto fasto, Hussein passerà interminabili ore ad ascoltare le confessioni di un uomo la cui ricchezza è sinonimo di incomprensione e solitudine, questi ormai estraneo alle logiche iraniane si “agita” confuso come animale allevato in cattività che non riconosce più la sua terra. Hussein dà libero sfogo alle sue fantasie, abusa di quei privilegi a cui non ha mai avuto e mai più avrà accesso,addormentandosi nell'immagine poetica di una Teheran fatta di luci, che nella notte appare immensamente uguale, ma che al risveglio rivela l'agghiacciante divisione fra la sterminata periferia e la città. Hussein è stanco e forse i suoi occhi non sopportano più la visione di tanta iniquità e ingiustizia, mosso non da rancore ma dall'orgoglio che nasce dalla consapevolezza di essere un uomo, torna nella gioielleria deciso ad affermare la sua dignità negata. Ma il destino è crudele e Hussein è vittima di un ingranaggio troppo grande, lo stesso Panahi afferma: “siamo un paese millenario, con una sola croce: il petrolio. E dove c'è petrolio non ci può essere democrazia".
L'ultimo treno
di Diego Arsuaga
Sembra impossibile, eppure al giorno d'oggi, nel mondo in cui le nuove tecnologie hanno abbattuto confini e distanze e l'informazione in tempo reale non è più un' utopia, la notizia dell'epico ed entusiasmante sequestro di una locomotiva nelle terre uruguaiane viene taciuta dall'intero sistema dell'informazione. Strano come a un avvenimento tanto singolare quanto significativo non sia stato concesso nemmeno un piccolo spazio sui quotidiani, fra le cui 30-40 pagine giornaliere (più tomi annessi!) campeggiano articoli indegni di essere chiamati tali e trovi come unico mezzo d'espressione il film L'ultimo treno. Dopo pochi minuti di proiezione tuttavia appare evidente il motivo di tale silenzio: la storia narrata non solo è un esempio di come tre persone possano, con gli unici mezzi della volontà e della passione – non a caso il secondo titolo de lungometraggio è ”cuori di fuoco” – mobilitare un'intera nazione, ma soprattutto ha il merito di mettere in luce personaggi e metodi libertari come inno all'amore e alla vita. Il vento dell'ovest, il sussurro della cordigliera andina, in cui riecheggiano le parole più struggenti e insanguinate dell'america latina: “la storia è nostra ed è fatta dal popolo”, a scompigliare le chiome ormai bianche dei protagonisti e ad entusiasmarne gli animi. Il Professore, Dante e Pepe – interpretati magistralmente da tre mostri sacri del cinema e del teatro sudamericano Héctor Alterio, Federico Luppi e Pepe Soriano – non intendono assistere inermi alla svendita ad una potente produzione hollywoodiana dell'ultima locomotiva storica dell'Uruguay: progettano e realizzano un piano per sottrarla in piena notte dal deposito in cui viene custodita e raggiungere, rotaia dopo rotaia, il Brasile. Al grido di battaglia : “Il patrimonio non si vende”, i tre cominciano un'avventura dal sapore romantico e rivoluzionario che, superando i limiti del semplice atto materiale, racchiude in sé l'essenza e la forza di un popolo. Il sacrificio di uomini e donne che con il loro lavoro hanno partecipato alla crescita del proprio paese, rendendo possibile un futuro migliore ai propri figli, non può essere cancellato, dimenticato o, peggio, svenduto per pochi dollari agli statunitensi. Un film emozionante per una storia vera.