CINEMA IMPORTANTE eppure DIMENTICATO
di Davide
Rossi
Sessanta
edizioni sono un importante traguardo per una mostra del
cinema e non v’è dubbio che Venezia sia la più prestigiosa
rassegna cinematografica europea insieme a Cannes, Berlino
e Locarno. I festeggiamenti sono iniziati per il settantesimo
della prima edizione (1932- 2002) l’anno passato, per l’occasione
la Biennale ha realizzato alcune pagine sul suo sito internet
per raccontarne la storia. Il ’68 e la contestazione promossa
da importanti autori italiani come Maselli, Pasolini, Ferreri,
Scola, sono sbrigativamente bollate come una “frattura drammatica”
con la storia della mostra. Certamente è stata una frattura
con lo “star system” che purtroppo è tornato a troneggiare
successivamente, o ancor di più con il dibattito sui leoni
e sui premi che mette oggi in secondo piano le pellicole.
Ci piacerebbe una nuova contestazione, frequentando Venezia
dal ’95 con rammarico e raccapriccio molte pellicole sono
scomparse seppure di grandissima qualità, una per tutte Figlia
di famiglia del tunisino Nouri Bouzid, film colpevoli
di non aver vinto o d’essere presentate in una sezione non
a premi. Sulle “stelle in passerella” memorabile sempre in
questi ultimi anni la sera in cui l’accesso alla sala Volpi è risultato
quasi impossibile perché doveva arrivare in sala grande Banderas,
e fuori uno sparuto gruppo di innamorati del cinema e non
di quello che vi gira intorno a protestare che non Banderas
volevano vedere ma il meraviglioso mediometraggio del portoghese
Botelho dedicato alla Rivoluzione dei Garofani, in cui i
capitani dell’esercito, liberatori e protagonisti di quello
straordinario 25 aprile ’74, leggono alla figlia del regista
la loro storia come una favola. La contestazione del ’68
chiedeva però anche altro, voleva un cinema popolare, voleva
dialogare con le cinematografie emergenti di Africa, Asia,
Medioriente, America Latina, reclamava esperienze culturali
nuove e di rottura, voleva proiettare i film nei campielli
a Venezia tra i cittadini, fuori dalle sale ovattate del
Lido. Rivendicazioni giuste e che andrebbero riproposte,
ma probabilmente non è stagione. Allora risultarono tanto
sentite al punto di chiudere la pregevole, fortunata e forse
insuperabile stagione di Chiarini che in quegli anni sessanta
aveva portato in proiezione il Pasolini del Vangelo secondo
Matteo, il Rosi di Le mani sulla città, il capolavoro
di Bellocchio La Cina è vicina, l’intelligente Zavattini
de I misteri di Roma, il Pontecorvo de La battaglia
di Algeri, Carmelo Bene con il modernissimo e precursore Nostra
signora dei turchi, la Cavani di Galileo, Truffaut
con Fahrenheit 451, i Taviani insoliti con I sovversivi,
esperienza collettiva con Lucio Dalla attore tra rivoluzionari
all’indomani dei funerali di Togliatti, La cinese di
Godard, la “nova vlna – nuova ondata” cecoslovacca con il
divertente Gli amori di una bionda di Milos Foraman, il
surreale Bunuel di Simon del deserto, Giulietta
degli Spiriti primo Fellini a colori, i sovietici Il
primo maestro di Konchalovski e Ho
vent’anni di Kutsev girato in una Mosca effervescente
e ancora affezionata ai sentimenti rivoluzionari. Simili
insuperabili capolavori ci restituiscono tutta la fragilità di
tanta cinematografia contemporanea, soprattutto la più pubblicizzata,
senza con questo sottovalutare il livello altissimo di tanta
produzione moderna. Il vero problema oggi è che magari nessuno
certi film li vede come per l’argentino Solo per oggi o
l’islandese 101 Reykjavik. Ma torniamo al periodo
’69 -’79, senza premi e sena passerelle, un grande decennio
di sperimentazioni e di autentiche novità positive che tanto
l’anno scorso quanto probabilmente quest’anno si vorranno
far passare sotto silenzio per il gaudioso recupero di un’altra
memoria tutta di dive e di paparazzi. Nel ’69 la mostra non
più competitiva ospita alcune sezioni che andranno con gli
anni riproponendosi, come quella dedicata al “Cinema e la
Resistenza italiana”, o le personali di grandi autori come
il “periodo inglese di Hitchcock” nel ’69 curata da Tino
Ranieri, “Tutto Chaplin 1914- 1966” nel ’72, il “periodo messicano di Bunuel” nel ’74,
o ancora attenzione al documentario: britannico (‘70), belga
(‘71), jugoslavo (‘72). Nel ’70 vengono presentate per la
prima volta pellicole del “Cinema africano e arabo”,
nel ’71 è la volta di un film proveniente dalla Cina di Mao
e della rivoluzione culturale: Il distaccamento femminile
rosso. La pomposità del Lido è abbandonata dai registi
italiani ma non Venezia, appunto tra campi e campielli dal
1972 gli autori decidono di animare la città con le “Giornate
del cinema italiano”, commedie e film impegnati si alternano
sotto le stelle. Nel ’74 c’è una personale del francese Paul
Vecchiali e dall’Urss giunge Il premio di Mikaelijan,
nel ’76 si ripensa, si rivede e si rivive la Repubblica spagnola quarant’anni
dopo e si proiettano, a partire da Viburno rosso le
opere di Vasilij Suksin prematuramente scomparso. Il ’77
la biennale d’arte è dedicata al “dissenso culturale” nell’Europa
dell’est e la mostra del cinema si associa con la proposizione
di film della stessa area geografica. Esperienze diverse,
desiderio di confronto culturale e di un cinema che fosse
pensiero, ricchezza umana, non svago nel senso ormai comunemente
inteso del veder per due ore effetti speciale e sangue, tanto,
così dicono, per distrarsi