I migliori film di Locarno

di Luisa Meldolesi

L’esordiente Diego Lerman con Tan de repente risulta convincente, tanto da conquistare il Pardo d’Argento e la Menzione Speciale della giuria assegnata all’insieme degli attori. Il giovane regista utilizza un bianco e nero leggermente sgranato ma forse proprio per questo più forte, capace di comunicare le gioie e i dolori narrati, intenso, segnato da primi piani e inquadrature a tutto schermo per i volti e pure per gli oggetti che si muovono attorno ai protagonisti: il caffè, la tazza, il ventilatore, il remo, il piatto della cena, il televisore. Uno stile evocativo assolutamente capace di renderci visibili, penetranti, i colori che per il bianco e nero non lo sono, è così ad esempio per un variopinto abito a fiori, come pure per la sabbia e il mare. Storie che si incrociano per sei persone a partire dalle due bravissime e giovanissime attrici Carla Crespo e Veronica Hassan, giustamente nemiche della società consumista, piegata in vuoti rituali formali, che non a caso nella pellicola si chiamano l’una Mao e l’altra Lenin. Alle due quasi subito si aggiunge Marcia, impacciata commessa di biancheria intima, stretta nelle sue forme procaci in cerca di affetto. Tre ragazze in viaggio tra Buenos Aires e Rosario, nell’Argentina di oggi, alla ricerca di un’energia che spinga a vivere oltre la fine di qualunque entusiasmo. La prima tappa è il mare, l’oceano, visto per la prima volta da Marcia, portataci, quasi costretta, dalle due giovani rivoluzionarie, la seconda una modesta ma accogliente casa, con un piccolo giardino e uno spazio per le galline. La terza e forse più importante è il vivere la solidarietà, che cresce nutrita da piccoli gesti, dalla vicinanza, da incontri complicati eppure capaci di generosità e di sentimenti inaspettati, amicizie che nascono, corpi che si scoprono e si regalano, in alcuni casi forse per la prima volta, un gioioso, gratuito, spensierato piacere. Il sestetto è completato da una anziana amica di Lenin, la lontana zia Blanca, da uno studente di scienze, Felipe, e da una studentessa d’arte, Delia, che hanno preso una camera in affitto nella casa della zia. Incontro vitale, felice, capace di portare a conoscersi e a restituire autenticità e significato a esistenze tanto diverse, strade lontane che convergono in cerca della libertà, probabilmente trovata.

Forza d’animo e grande interpretazione si incontrano nel volto straordinariamente espressivo di Taraneh Allidousti, la ragazza vincitrice del Pardo per la migliore interpretazione femminile, protagonista di Io sono Taraneh, ho quindici anni dell’iraniano Rassul Sadr Ameli. Adolescente e già sola con un figlio, senza marito, senza parenti, senza genitori, o meglio scomparsa la mamma e con il padre carcerato, vive in una società in cui il prezzo della vita cade ancora per intero sulle spalle delle donne. Eppure Taraneh riesce ad essere una ragazza sensibile e intelligente, di una serietà sorridente, caparbia, in grado di superare le peggiori avversità, come il dover abbandonare la scuola o il dover cercare a Tehran casa e lavoro. La vita e gli incontri della ragazza compongono fotogramma dopo fotogramma un largo ventaglio della società persiana. Le sue coetanee che vivono d’espedienti, i figli di buona famiglia che perdono tempo nei locali, i vicini, la magistratura. Emerge sottile quanto ferma una dura critica all’associazionismo femminile ancora incapace del coraggio necessario per battersi a favore di una autentica parità e uguale critica cade sulle mamme, pronte a levare scudi a tutto vantaggio dell’irresponsabilità dei figli maschi. Alla storia coinvolgente si associa, nello stile iraniano, la ricerca di senso e significato. Il film diventa così un inno alla responsabilità, ma anche un monito, un invito espresso con il dovuto vigore, perché senza equivoci la società persiana trovi una sua strada verso il domani fuori da modelli - sotterraneamente diffusisi - e ricalcanti il peggiore occidente, ma anche oltre un’acritica difesa del passato, due vie estreme e contrapposte che rischiano di abbandonare i due terzi della popolazione, ben quaranta milioni di ragazze e di ragazzi con meno di vent’anni, in una solitudine troppo grande e troppo dura da sopportare. Possiamo augurarci che il volto delle future donne iraniane sia quello di Taraneh, capace di scelte inaspettate ma, malgrado le traversie, protagonista della sua vita.

 

Pasquale Scimeca e Roberto Torelli hanno presentato, nella sezione "Cineasti del presente", Sem Terra che, con le loro parole, vuole essere "un’ode agli intellettuali proletari, agli indios, a tutti coloro che lavorano la terra e la difendono." Senza terra eppure con il diritto a pretenderla in quanto esseri umani. Perché è inaccettabile che un solo proprietario speculi su sei milioni di ettari, ovvero il Belgio e l’Olanda insieme, e centinaia di contadini debbano assistere con le loro famiglie all’abbandono di spazi tanto estesi. Cosi nasce più di vent’anni fa il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, appunto Sem Terra, con spirito d’amore per la vita, tenendo alte la croce e le bandiere rosse e di Che Guevara, anche nelle chiese, perché non c’è contraddizione tra i simboli. Anzi molti religiosi sono vittime della violenza, ammazzati perché rivendicano fedeltà al vangelo e quindi giustizia. I registi colgono l’occasione del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre di quest’anno - 2002 -e ci restituiscono per intero un movimento straordinario in cui frati e monache progettano in parrocchia l’occupazione delle fabbriche di sementi transgeniche. "Pai apparte de mim esse cälice" cantano i contadini – "Padre allontana da me questo calice", ovvero il peso di una violenza intollerabile, quella che li vuole costringere ai margini della società, nelle favelas. Le manifestazioni sono partecipate  e vivaci, colorate da magliette, bandiere e cartelloni, inneggianti ad un mondo più equo e responsabile. Nonviolenta è la risposta alla polizia che non rinuncia a sparare per impedire le occupazioni. Il film presenta la situazione agricola delle campagne brasiliane ed è evidente la vittoria del Movimento, risultato concreto dell'unità e della solidarietà del popolo: dalle fattorie ai prodotti genuini proposti tra i generi alimentari dei mercati ortofrutticoli. Dove prima infatti erano due peones con un mitra a controllare e difendere l’arida proprietà ora ci sono duemila persone che producono cooperativamente frumento e soia, ma si lotta anche per la scuola, per il diritto alla salute, per la dignità, con la forza di un saldo legame tra militanza e cultura cattolico-progressista.