MILANO FILM FESTIVAL ‘02

di Davide Rossi

Forse appesantita da una sovrabbondante fiumana di parole autocompiacenti nella serata conclusiva, va comunque dato merito a “esterni” di aver realizzato la settima edizione di quello che possiamo ormai considerare il secondo evento cinematografico della città meneghina dopo il Festival del cinema africano.

Il successo di pubblico e la qualità delle opere proiettate, ricordiamolo, principalmente cortometraggi, arrivate da tutti i continenti, sono la più vivida e reale conferma di una città sghemba e anomala, da un lato giovane ed effervescente, dall’altro addormentata nella peggiore indifferenza grazie all’insipienza di una destra, onnipresente in Lombardia, incapace nella sua arrogante incultura  di uscire da una logica piegata sulle paure della non conoscenza. Valga, per tutti gli esempi possibili, il comportamento degli amministratori cittadini che poco o forse nulla si sono mobilitati per permettere che giungessero al festival registi asiatici e marocchini, considerati, probabilmente, sempre come pericolosi invasori. Ma veniamo ai corti. At dawning di Martin Jones è brioso e spumeggiante, racconta, tra tradimenti e tentati suicidi, come la leggerezza e la comprensione possano vincere. Dadà di Eduardo Vaisman si cala, con la consapevolezza di un mondo ingiusto, tra la favela di Vidigal – Rio de Janeiro e ci mostra come per vivere occorra anche una sorridente allegria interiore.

Bello La discussione di Francesco Villa, otto minuti che restituiscono per intero un paese, il nostro, in cui ormai non ci si intende più, divisi tra chi crede alle favole del capitalismo e chi, non creduto, cerca di spiegare le contraddizioni di un pianeta che i grandi dell’occidente cercano di tenere nascoste dietro il teatrino dei consumi. Dalgalar del turco Soylemez mostra un’infanzia che trova nelle non limpide acque del Bosforo una libertà difficilmente riscontrabile nel resto della società locale. Caustico ed assolutamente esplosivo One small leap dell’inglese Boase, davvero capace di titar la risata fuor di pistola, mentre il mondo guarda la luna.  Esilarante infine Mihai si Cristina del rumeno Cristian Nemescu un bianco e nero sul ritmo delle musiche d’amore per un ragazzo innamorato, impacciato e per quanto inesperto conteso.


 

(n.22 - 2002)