Forse appesantita da una sovrabbondante
fiumana di parole autocompiacenti nella serata conclusiva,
va comunque dato merito a “esterni” di aver realizzato la
settima edizione di quello che possiamo ormai considerare
il secondo evento cinematografico della città meneghina
dopo il Festival del cinema africano.
Il successo di pubblico e la qualità
delle opere proiettate, ricordiamolo, principalmente cortometraggi,
arrivate da tutti i continenti, sono la più vivida e reale
conferma di una città sghemba e anomala, da un lato giovane
ed effervescente, dall’altro addormentata nella peggiore
indifferenza grazie all’insipienza di una destra, onnipresente
in Lombardia, incapace nella sua arrogante incultura di uscire da una logica piegata sulle paure
della non conoscenza. Valga, per tutti gli esempi possibili,
il comportamento degli amministratori cittadini che poco
o forse nulla si sono mobilitati per permettere che giungessero
al festival registi asiatici e marocchini, considerati,
probabilmente, sempre come pericolosi invasori. Ma veniamo
ai corti. At dawning di Martin Jones è brioso e spumeggiante,
racconta, tra tradimenti e tentati suicidi, come la leggerezza
e la comprensione possano vincere. Dadà di Eduardo
Vaisman si cala, con la consapevolezza di un mondo ingiusto,
tra la favela di Vidigal – Rio de Janeiro e ci mostra come
per vivere occorra anche una sorridente allegria interiore.
Bello La discussione di Francesco
Villa, otto minuti che restituiscono per intero un paese,
il nostro, in cui ormai non ci si intende più, divisi tra
chi crede alle favole del capitalismo e chi, non creduto,
cerca di spiegare le contraddizioni di un pianeta che i
grandi dell’occidente cercano di tenere nascoste dietro
il teatrino dei consumi. Dalgalar del turco Soylemez
mostra un’infanzia che trova nelle non limpide acque del
Bosforo una libertà difficilmente riscontrabile nel resto
della società locale. Caustico ed assolutamente esplosivo
One small leap dell’inglese Boase, davvero capace
di titar la risata fuor di pistola, mentre il mondo guarda
la luna. Esilarante infine Mihai si Cristina
del rumeno Cristian Nemescu un bianco e nero sul ritmo delle
musiche d’amore per un ragazzo innamorato, impacciato e
per quanto inesperto conteso.