LA FINESTRA DI FRONTE

di Elisabetta Mero

L’ultimo film di Ferzan Ozpetek si presenta come un poliedrico e multiforme caleidoscopio forte di tutte le parti che lo compongono, dalle inquadrature chiaroscure all’incalzante colonna sonora. Più che le vicende personali, di per sé esili, rimangono impressi i molteplici momenti poetici del film vissuti dai tre protagonisti. Ognuno di loro, infatti, pur se in modo diverso, è alla ricerca di sé. Massimo Girotti, scomparso poco dopo la conclusione delle riprese, interpreta un anziano maestro dolciario in preda ad un forte smarrimento causato dal trauma, sempre vivo, della sua tormentata vicenda amorosa. Il tragico 16 ottobre 1943, giorno in cui i nazisti deportano gli ebrei dal ghetto di Roma con destinazione i campi di concentramento, riesce a salvare diverse persone, non il suo amato. Intorno all’anziano pasticciere si snodano gli avvenimenti tra Giovanna, una Mezzogiorno brava nella recitazione ma forse poco adeguata ad interpretare un ruolo così poco borghese e realistico come quello di una donna giovane, sposata con due figli, impiegata come contabile in una polleria, e il bello e occhialuto Raul Bova che abita nel palazzo di fronte al suo e di cui osserva, dalla finestra, tutti i movimenti. La capitale con il Teatro di Marcello, le case del ghetto, i Fori Imperiali diventa una città atemporale  capace di sintetizzare e sovrapporre attraverso i sentimenti dei protagonisti gli sguardi presenti, i ricordi passati, i sogni futuri. Un ruolo importante è svolto ancora una volta dal cibo, elemento costante nella poetica di Ozpetek; come già i momenti conviviali nelle Fate ignoranti, i dolci in questo caso diventano frammenti di un insieme, proiezioni dei desideri. Impariamo così che si può stare alla finestra o vivere la finestra come mezzo di passaggio da un presente insoddisfacente ad un futuro più vicino alle proprie aspirazioni; è così che Giovanna, grazie anche agli insegnamenti e ai segreti del maestro dolciario, impara ad amare un po’ più se stessa e sceglie una vita che la appaghi maggiormente. Perché, se non ci accontentiamo di sopravvivere, possiamo vivere in un mondo migliore.