La rivoluzione verrà, ma non dalla violenza, dalla luce

di Davide Rossi

Autenticamente cristiano, quindi rivoluzionario. questo è Emmanuel Mounier, pensatore straordinario nel panorama del novecento, capace di prevedere e condannare con anticipo la deriva liberista della società occidentale segnata dalla “dittatura dei tecnocrati” preoccupati dei sistemi e non degli uomini e a cui contrapponeva “una democrazia completamente riorganizzata sulla base di una effettiva democrazia economica”.

Nato nel 1905, di origini contadine, si consuma nella passione e nell’impegno per un mondo migliore, spegnendosi giovane nel 1950. Mounier legge nel pensiero cristiano l’uguaglianza e il rispetto per il prossimo, con lui nasce il “Personalismo”, un pensiero esattamente opposto, in antitesi, all’individualismo. L’uomo, la persona, è tale perché esiste incarnata nella storia, il suo essere è quindi uno stare in relazione e comunicazione con il mondo circostante, ben lontano dal bigotto intimismo di tante sacrestie. Il pensiero e l’azione danno senso all’esistenza, Mounier non si occupa dell’ “essenza”, rifiuta gli spiritualismi ripiegati nel particolare, la sua è di fatto la più entusiasmante  risposta, filosofica e sociale al tempo stesso, alla deriva egoista - esistenzialista dell’occidente, per lui l’uomo è cittadino della terra. La persona non è un oggetto asservibile, ma è libera e creatrice, non a caso se la prende con i filosofi greci, spiriti alti, ma ciechi di fronte alla schiavitù diffusa nella loro società. Attacca il conformismo e l’idea ancor oggi dominante di un individuo isolato artefice del suo successo. Critica aspramente Hegel e le sue “idee” slegate dalla realtà al punto da disprezzarla, in sintonia con Marx invece mette al centro l’uomo concreto e attacca le mistificazioni idealiste. È durissimo contro la schiavitù sociale, economica e politica a cui lo stato liberale riduce i cittadini. Per lui le cose e il mondo non sono ostacoli da vincere, materia da possedere e dominare, la persona si libera liberando ed è chiamata a liberare le cose così come l’umanità. Singolare e significativa è la citazione da parte di Mounier di un Marx meno noto, quello che, contro la riduzione del tutto a merce da sfruttare, esalta la dignità del mondo e di ogni sua forma perché fonti d’ispirazione per i poeti. Il lavoro in Mounier non è obbligo, costrizione, sfruttamento, è tutto il contrario, è attività liberante e liberatrice, condotta in libertà, ben lontano da vincoli produttivistici. Lo slancio vitale del suo pensiero è intriso di un ottimismo razionale e impegnativo, per lui il futuro potrà essere migliore a patto che tutti gli uomini diventino liberi ed ugualmente responsabili, una condizione non ricercata e non voluta dai governanti del primo mondo di questo nuovo secolo, pronti a decidere le sorti del pianeta contro gli interessi e le aspettative di miliardi di persone, sempre più contestati, in un evidente erodersi di consenso reale al di là di quello elettorale, eppure convinti che si possa procedere con il solo controllo militare delle risorse. Per Mounier un mondo giusto non è un sogno, ma un’aspirazione da costruire nella solidarietà e con la solidarietà. La persona non è un’affermazione solitaria, distaccata e autoreferenziale, è comunicazione, fuori da perverse logiche dominanti che vedono nell’altro non un fratello, ma uno schiavo o un tiranno. Acuta la critica ad un illuminismo e ad un ottocento fondati sull’individualismo, scarsamente interessati a comprendere il punto di vista degli altri, ma disponibili ad accettare l’imporsi del singolo. La solitudine moderna ne è la conseguenza, non è un dato della condizione umana, ma il risultato di un tipo di cultura. L’uomo non è solo, è costretto ad esserlo, perché non si ribella alla degradazione sociale che non gli riconosce diritti. Non siamo più consapevoli di essere parte di una comunità, prevalgono l’accumulazione e la prevaricazione, non esiste spazio per la gratuità, tutto è mosso dall’interesse e così l’uomo è contro l’uomo ed è persa ogni traccia di fratellanza. Mounier nella sua proposta è radicale. Basta con un’intimità fatta di oggetti posseduti, capace di alimentare solo l’eterna insoddisfazione esistenzialista. Basta con il possedere in cui chi possiede diventa posseduto dai suoi stessi beni, finendo assetato nel deserto dell’abbondanza. Nel profondo la persona è un essere in movimento verso gli altri, quando ciò accade è un battito di vita, come un battito d’ali di farfalla. Mounier ci incita a recuperare il volo, a “riprenderci”, riappropriarci di noi stessi, volerci bene, ascoltarci, comprendendo la forza inesauribile e straordinaria che ci viene dall’amare gli altri, amando e liberando in noi stessi i sentimenti più profondi e non lasciandoci dominare dalle convenzioni sociali dell’avere. Ma il suo insegnamento più grande, da vero innamorato della libertà, è stato quello di insegnarci che la libertà non si vede ma si vive, si conquista, si costruisce.

Mounier condanna la libertà individuale che si dimentica o peggio se ne infischia della libertà di tutte le donne e di tutti gli uomini che ci circondano. L’uomo libero interroga il mondo e al mondo è chiamato a rispondere, è un uomo responsabile. In Mounier quindi la libertà va ricercata e costruita  attraverso l’entusiasmo di una vita responsabile tesa all’uguaglianza di opportunità che devono essere concesse a tutti sotto ogni latitudine. Il suo invito è forte e attuale, carico di speranza: vivere la libertà intensamente, solo così “la rivoluzione verrà, ma non dalla violenza, dalla luce”.