In occasione della chiusura dell’anno giubilare proponiamo
il testo dell’intervento tenuto da Davide Rossi nel coso del convegno
organizzato dall’associazione culturale “l’AltrascuolA” nel febbraio
2000 a Roma nell’ambito delle manifestazioni in memoria del quarto centenario della scomparsa del pensatore
nolano, uomo di fede incapace di allinearsi e perciò bruciato.
GIORDANO
BRUNO - LIBERTA' DI RICERCA E LIBERTA' D'INSEGNAMENTO
di Davide Rossi
GIORDANO BRUNO E IL SUO TEMPO
L'anno 1600 chiude un secolo che per mutamenti nello scenario
religioso non ha pari tra i precedenti e i successivi.
L'anno giubilare 1600 va colto in tutte le sue implicazioni
storiche se si vogliono capire al meglio le vicende di Giordano
Bruno.
Nel 1526, mentre le idee della Riforma trovano sempre più consenso
nell'Europa centrale, Solimano il Magnifico, sultano illuminato
che governerà a Istanbul sino oltre la metà del secolo, conquista
l'Ungheria e giunge alle porte di Vienna.
Nel 1563 si chiude a Trento il Concilio cattolico che, dalla
professione di fede all'Indice dei libri proibiti, rilancia una
idea di chiesa oscurantista e repressiva che troverà nel Sant'uffizio
e nei Tribunali dell'Inquisizione gli strumenti operativi di controllo
e oppressione. Il cinquecento termina poi con un assoggettamento
del mondo alle potenze coloniali cristiane, l'oro e la tratta
degli schiavi, il dominio su tutte le Americhe e il controllo
di tutti i porti e gli approdi di Africa e Asia sono conquiste
consolidate.
Il XVII° secolo che si apre tra roghi e fiamme vede in Europa
un cinquantennio di scontri segnati dalla guerra dei trent'anni,
tra Austria e Francia, che vedrà il prevalere di quest'ultima,
guidata dagli abili cardinali Richelieu e Mazzarino, con la pace
di Westfalia del 1648.
Se questo è il quadro storico, politico e religioso, una nota
in più merita la ricorrenza giubilare. L'enfasi trionfalmente
retorica del potere univoco e universale della cattedra petrina
che stiamo vivendo in questi mesi ha un parallelo solo con il
giubileo del 1600.
I nuovi ordini incentivati dalla controriforma, teatini, cappuccini,
barnabiti, scolopi, gesuiti, si prodigano nell'aprire scuole rigidamente
confessionali e nel convogliare da ogni latitudine del pianeta,
Africa, Asia, America, pellegrini pronti a convertirsi o a gridare
al miracolo. L'anno santo 1600 porta nella città capitolina oltre
seicentomila persone, accorse a confermare un credo in contrasto
non più solo con le chiese ortodosse dell'oriente, ma anche con
l'Europa della Riforma protestante. Miracoli, apparizioni, estasi,
avvenimenti prodigiosi segnano ogni giorno di quel giubileo separato
dagli altri cristiani, narratoci in cronache minuziose e interessanti.
Una macchina organizzativa e spettacolare prodigiosa, apparecchiata
per incantare e incitare al riconoscimento della supremazia e
della verità della sola fede romana.
Tra fuochi e furori è ridotto in polvere Giordano Bruno il
17 febbraio 1600. Del pensatore nolano più che la tragica fine
di cui oggi in qualche modo la chiesa si pente è opportuno mettere
in luce il pensiero, perché la chiesa non mostra l’intenzione
di pentirsi per aver perseguito le idee del filosofo campano,
né per la mordacchia che mise in bocca a Bruno, mordacchia che
tutt’oggi impone alle voci teologiche più profetiche, da Drewermann
a Balasurya.
Bruno nato a Nola nel 1548, subisce a Napoli, dove è giovane
domenicano, il primo processo perché sul suo tavolo viene trovato
un libro di Erasmo da Rotterdam, autore la cui lettura è vietata
dall'Ordine, e per aver consigliato ad un novizio letture tratte
dai padri del deserto, in alternativa ad libro di esaltazione
mariana.
Le donne per Bruno sono parte inseparabile della vitalità del
mondo, rifiuterà sempre modelli angelicati, tanto che detesterà
senza eccezioni il Petrarca e la sua Laura, e apprezzerà, anche
perché le frequenta con regolarità, le prostitute, a suo avviso
esempi femminili molto più autentici dei modelli generalmente
proposti in quella fine del cinquecento.
Abbandonata Napoli nel 1577 vive insegnando geometria, astronomia,
mnemotecnica e filosofia in Italia e in Francia.
A Tolosa per due anni, sino al 1581, insegna filosofia e commenta
il "De anima" di Aristotele.
Bruno tiene quindi a Parigi, presso la Sorbona un corso sugli
attributi divini e scrive in questo periodo l'"Ars memoriae".
Nell'esilio scrive "Il candelaio", caustica commedia
contro gli ambienti monastici, in cui è messa alla berlina l'ipocrisia
della scelta imposta della castità, quando è risaputo, scrive
il nolano, che i frati "si affaticano con la candela e non
accendono la candela."
Passato a Londra, dopo contrasti con settori della corte francese,
a Oxford è male accolto nell'ambiente elisabettiano, non manca tuttavia di avere rapporti con il mondo
del teatro e quasi certamente conosce e incontra Shakespeare.
Nel corso delle lezioni di Filosofia che tiene in suolo britannico
viene accusato di ripetere e riportare soltanto il pensiero di
Marsilio Ficino. Ciò in parte è vero perché Bruno, abilissimo
nella mnemotecnica, l'arte della memoria, conosce alla lettera
pagine intere di diversi autori, che, quando condivide, assimila
al punto da farle proprie.
Spostatosi quindi nell'Europa riformata entra in contrasto
con i protestanti per la remissività del concetto di grazia elaborato
da Lutero. Bruno, che è contro gli scolastici tardi, ma apprezza
l'impianto razionale di Tommaso d'Aquino, non accetta l'idea di
un uomo passivo, ma crede fermamente nella capacità dell'individuo
di operare trasformazioni.
Lo stile di Bruno è stato definito ermetico, ma è più corretto
dire criptico, in quanto le allusioni e le frasi di difficile
interpretazione sono principalmente frutto dell'intenzione di
non urtare, riuscendo loro incomprensibili, gli inquisitori. Certo
i suoi originali sono ricchi di disegni geometrici, rette e circonferenze,
diagrammi, ma più per ricerca dell'armonia vitale tra scritto
e reale, tra parola e segno. Bruno si ritiene un erede di Hermes,
questo sì, prosecutore del dio Mercurio, annunziatore e comunicatore.
Rientrato in Italia Bruno frequenta Galileo Galilei, nel suo
ultimo periodo di libertà a Venezia.
GIORDANO BRUNO E LA RELIGIONE
Il Dio di Bruno è completamente diverso da quello tradizionale,
frutto delle discussioni sul potere e sulle facoltà divine di
dispensare premi e castighi.
Per Bruno i problemi di fede non possono essere disgiunti da
un approccio razionale. Il nolano ritiene ad esempio che esistano
uomini preadamitici, perché da Caino e Abele non può essere discesa
l'umanità, mancando le donne.
Gesù è per lui un uomo, figlio di Dio come tutti noi, ma non
Dio, quindi nega la natura divina del rabbino nazareno.
Lo ritiene un mago, ma non nel senso che compia magie o miracoli,
bensì nel senso che lo ritiene un uomo tanto in sintonia con la
vitalità e la divinità del mondo e delle cose al punto da essere
capace di intervenire, per capacità comunicativa, su di esse,
decisamente quindi psicologo e non chiromante.
Su Tommaso d'Aquino, che si è detto ammira grandemente, afferma
che le sue celebri estasi, che avvenivano in chiesa e vedevano
l'Aquinate levitare e godere fisicamente, fossero il risultato
non del fatto che lui vedesse il cielo, ma che riuscisse a rendere
a sè concretamente percepibile il mondo che la sua immaginazione
gli trasmetteva.
In un tempo in cui si istituzionalizzano i confessionali di
legno per favorire la delazione, si può immaginare la portate
di queste affermazioni bruniane.
E' opportuno ricordare che il suo ordine, quello domenicano,
che nel corso del processo Bruno chiede non venga infamato, in
ampi settori gli è sempre stato vicino, informandolo di luogo
in luogo, dell'affacciarsi di intenzioni malevole nei suoi riguardi
da parte di sovrani, nobili e inquisitori. Tutte le sue fughe
sono organizzate da amici domenicani, che sono anche gli artefici
delle stampe dei suoi libri, in Italia e all'estero.
Bruno ripete che gli apostoli hanno convertito i popoli con
l'esempio e comportamenti coerenti con le parole, al contrario
della chiesa cinquecentesca che converte con la forza e non con
l'amore.
Nel 1588 scrive: "La sola convivenza possibile tra le
religioni è fondata sull'unica regola della mutua intesa e della
reciproca libertà di discussione."
I dubbi di Bruno sulla Trinità, sulla verginità di Maria, sulla
trasustanziazione del pane, sono i problemi sollevati da tutta
la teologia moderna. Durante il processo sbottò dicendo: "Insomma
io penso ad un universo infinito, effetto dell'infinita potenza
divina." Una tesi meritevole di fiamme quattro secoli fa,
ma oggi, credo, condivisa anche oltre Tevere.
L'idea di un universo infinito, intuizione geniale, pone termine
alla centralità della terra e del sistema solare e fa scomparire
la centralità della chiesa cattolica.
“Tutte le cose sono nell’universo e l’universo è in tutte le
cose, noi in quello e quello in noi. Così tutto concorre in una
perfetta unità.” Così scrive nel De
la causa principio et uno.
"L'essenza divina che è tutto in tutto, empie tutto, vita
delle vite, anima delle anime." è scritto nel De l'infinito universo e mondi.
In Spaccio della bestia
trionfante si legge: "Tutto dunque, quantunque minimo,
è sotto infinitamente grande provvidenza."
La forte critica di Bruno colpisce non tanto la razionalità
di Tommaso d'Aquino, quanto la schematicità della scolastica successiva.
Per Bruno proprio dall'indagine del mondo naturale deriva la
consapevolezza della provvidenza infinita di Dio.
Religione e ragione per strade differenti conducono ad una
sola conoscenza.
In De la causa principio
et uno chiarisce ulteriormente il suo pensiero trovandosi,
in sintonia con gli scienziati del ventesimo secolo, laddove sostiene
che nell'universo non esistono un centro e una periferia assoluti.
Se si pensa che l’enciclica “Mirari vos” del 1832, regnante
Gregorio XVI, bollava la libertà di coscienza come folle delirio,
che il Sillabo di Pio IX condannava la libertà di scegliere il
credo a cui richiamarsi, che nel 1948, l’anno del celebre scontro
elettorale tra Democrazia Cristiana e Fronte popolare, la Civiltà
Cattolica scriveva: “La Chiesa cattolica, convinta per le sue
divine prerogative, di essere l’unica vera Chiesa, deve reclamare
per sé sola il diritto alla libertà”, si ha la percezione precisa
di quanto il pensiero bruniano precorresse i tempi.
GIORDANO BRUNO
E L'EDUCAZIONE
Dall’aspro rapporto con il suo tempo e
la religione scaturiscono le idee bruniane in merito alla educazione,
segnate da un’aspirazione alla libertà di pensiero di fortissima
attualità.
Avversario di ogni intolleranza, il suo
medoto è improntato ad una operosità etica che rifiuta il conformismo.
In Bruno si respira l'anelito dell'organicità
della filosofia della natura del grande cosentino Bernardino Telesio.
Da Telesio il filosofo nolano mutua la libertà di cui l'indagine
culturale ha bisogno per muoversi, lontano dai vincoli del pensiero
antico tramandato come dogma. Lo studio della natura da cui ricavare
i principi dalla natura stessa accomuna i due pensatori, che privilegiano
l’esperienza sensibile per giungere alla conoscenza.
E' Bernardino
Telesio a scrivere che il supremo principio morale è il bene e
che questo coincide con la natura stessa.
Nella Bestia trionfante il nolano contesta l'idea
e lo volontà di quanti ricercano una verità definitiva e immutabile,
e riconosce in questa verità autoreferenziale e fine a se stessa
lo spirito nefasto, ovvero la bestia stessa. Nello scritto Bruno
spiega come la verità sia sfuggente e avanza un concetto di straordinaria
tolleranza e modernità, laddove afferma che la verità è: "in
nullo loco presente, da nullo loco absente", ovvero che ciascuno
è portatore di una parte di verità e che solo il confronto e il
dialogo improntati al rispetto possono permettere di avvicinarsi
ad essa. In conclusione ribadisce che le verità rigide e strutturate
sono autoritarie e non hanno alcuna relazione con l'energia vitale
della verità.
Scevro da forme
di presunzione e ipocrisia, in quel tempo molto diffuse insieme
ad una cultura posticcia che mal maschera l'ignoranza dei nobili,
Bruno si affida alla "ragione di ciascuno".
Come ci ha lasciato scritto negli Eroici furori, si tratta dello scontro
tra "simplice libertà" e "fosca ignoranza",
favorita la seconda, in molte occasioni, dagli ambienti ecclesiastici
che, a detta di Bruno,” usurpano il titolo di oratori divini”.
Educazione non
autoritaria, dialogante, rispettosa dei diversi punti di vista,
alla ricerca non interrotta di capire fuori da logiche precostiuite.
Con il rispetto del pensiero altrui si associa quindi l'importanza
non disgiungibile della comunicazione.
Il simbolo preferito
dal filosofo è l'asino, a cui si paragona nella ricerca della
verità, per la pazienza e l'ostinazione e che è anche il protagonista
del testo La cabala del cavallo pegaseo.
Il Bruno ermetico,
magico, ateo e materialista è a mio avviso frutto di una forzatura
operata nei secoli successivi la sua morte. I suoi tratti fondamentali
sono quelli di un pensatore che riconosce nel Vangelo una carica
liberatrice e antidogmantica, tanto che entra in contrasto non
solo con i cattolici, ma anche con i luterani e i calvinisti.
Nella Cena delle ceneri Giordano Bruno attacca
il freddo aristotelismo dell'epoca che fa tutt'uno con l'autoritarismo
dottrinario della chiesa. Indica nel metodo copernicano la strada
da seguire per l'uomo in ricerca e da questo metodo deduce il
carattere unitario di tutto ciò che è vita, tesi oggi ampiamente
condivisa, ma in aperta rottura e antitesi con il dualismo terra
- cielo dell'epoca.
Da tutto ciò
emerge la sostanza di un pensiero che è anche pensiero pedagogico,
fondato sul confronto, sull'ascolto, sul dialogo, sul rispetto
delle tesi differenti. Un approccio che taluni hanno definito
illuministico, ma che in realtà è superiore e va al di là, per
tolleranza e desiderio autentico di intendere le ragioni dell'altro,
un metodo che in taluni intellettuali settecenteschi certo difetta.
Ci troviamo quindi
di fronte ad un metodo libertario che si fonda su una idea liberatrice
del messaggio evangelico.
L'eroico furore
non è un sentimento astratto, ma il concreto impegno da prendere
con sè stessi per giungere con scrupolo oggettivo e scientifico,
come proposto ormai dalla nuova stagione aperta da Copernico,
alla conoscenza, è, come ha scritto nel De
la causa principio et uno, slancio razionale.
Il partire dal
dubbio per giungere alla conoscenza, fuori dalle certezze granitiche
e immutabili ha in Bruno il suo iniziatore ed è fondamento filosofico
per il pensiero scientifico galileiano, ma è anche capace di influenzare
notevolmente un filosofo come Tommaso Campanella.
La stessa Città del Sole campanelliana, con il suo
ideale di vita associata in cui gli uomini, in comunione dei beni,
si educano secondo ragione, richiama le coordinate del pensiero
bruniano.
Per Giordano
Bruno filosofare e discutere di Dio non è ascendere fuori dalla
realtà, ma capirla meglio, come ha scritto negli Eroici
furori.
Consapevolmente
o per identica sensibilità, il metodo bruniano accomunerà diversi
studiosi e differenti culture: il pensiero filosofico utopico,
alcuni approcci dell'illuminismo, le scuole socialiste e anarchico-libertarie
di inizio novecento, le sensibilità più acute della teologia moderna.
(n.4 – 2000)