Trieste nelle parole di Svevo
di Davide Rossi
Italo Svevo è lo pseudonimo di Aron Hector Schmitz, giovane che compie, dopo le scuole ebraiche, gli studi in Baviera. Trieste non a caso è la sua città, mitteleuropea e crogiuolo di culture e di commerci, vivace centro di pubblicazioni periodiche. Qui Svevo incontrerà il giovane cattolico irlandese James Joyce, insegnante di inglese alla Berlitz School. Con Eugenio Montale Joyce contribuirà non poco a far conoscere Svevo, il quale regalerà all'amico irlandese forti suggestioni multiculturali, tanto è vero che Leopold Bloom, protagonista dell'Ulisse, è di religione ebraica.
A diciannove anni, nel 1880, Italo Svevo abbandona l'Istituto commerciale giuliano ed entra, per problemi economici della famiglia, alla Banca Union, al lavoro associa la passione letteraria. Nel 1892 pubblica Una vita, narrante la sfortunata vicende del bancario Alfonso Nitti che terminerà suicida, il testo non suscita particolari consensi, tanto quanto il successivo romanzo, Senilità, in cui il protagonista, Emilio Brentani, dedito, come scrive Svevo in apertura di romanzo, a un impieguccio di poca importanza e volto a costruirsi, senza successo, una riputazioncella letteraria, soddisfazione di vanità più che d'ambizione, è colto da una senilità non anagrafica ma dell'animo. Emilio Brentani vive anche un mal riposto amore per Angiolina, che naufragherà nel grigiore complessivo dell'esistenza.
Senilità è del 1898 e Svevo, contrariamente al suo protagonista ambisce a un maggiore consenso che tuttavia non giunge. Reputa chiusa la sua esperienza letteraria e l'anno successivo, il 1899, accetta di entrare come socio e poi direttore nell'azienda di vernici per imbarcazioni del suocero, lavoro che lo porterà a viaggiare per l'Europa, in particolare in Gran Bretagna e Francia.
Svevo non riscuote ai suoi esordi particolare consenso perché la sua prosa è distante dal sobrio cronachismo documentario dei veristi e ugualmente lontana dalla scrittura vistosa e sonora del decadente D'Annunzio. L'interesse di Svevo infatti non si dirige per nulla verso una ricercatezza formale o decorativa, ma volge piuttosto verso panorami interiori, labirintici, inquietanti, con tutta la loro carica psicologica e in seguito patologica, ben lontano dalla fuga dalla realtà di un certo decadentismo. Giustamente si è sottolineato come Svevo, cittadino austrungarico sino al 1918 ma di lingua italiana, non tratti per nulla i temi dell'irredentismo tanto cari e tanto ricercati dalla critica peninsulare tra gli autori delle terre separate, ne è in particolare sintonia con gli intellettuali della sua città che contestano il ritardo e la perifericità della cultura triestina.
Si deve così attendere il 1923 perché giunga alle stampe La coscienza di Zeno, terminata nel 1919, capace di mettere in evidenza, alla luce della psicoanalisi freudiana, le dinamiche interiori di una società, quella triestina, in cui borghesia impiegatizia e commerciale e strati popolari vivono cercando di nascondersi i complessi e contradditori impulsi della coscienza.
Nella Coscienza di Zeno è più marcato il senso di infingimento, di disorientamento, di assenza di prospettive verso il futuro. Il testo si dipana come un diario in cui problemi umani, commerciali, sentimentali, di salute, occupano, pur intrecciandosi, distintiti capitoli. Zeno Cosini, il protagonista, vive senza trasporto, con gli amici, con la moglie, con l'amante.
Bisogna riconoscere che negli scritti sveviani non solo i temi, ma anche il tempo, lo spazio, i personaggi, la lingua e lo stile sono innovativi. I protagonisti sveviani nel loro disagio sono segnati da una inettitudine dei comportamenti, che si rivela nel contempo debolezza e forza, capacità di non piegarsi all'ambiente. La distanza tra l'uomo e ciò che gli accade, l'incapacità ad adattarsi, la sua insoddisfazione, sono nel contempo condanna e libertà dalle costrizioni sociali. Nella Coscienza di Zeno in particolare, superata la struttura cronologica, Svevo utilizza una lingua personale segnata da un tempo psicologico interiore, coacervo di passato e di presente che non riescono a riconoscersi e a distinguersi, una lingua in cui sono presenti influssi tedeschi, in particolare nell'uso delle preposizioni, e del dialetto triestino.
L'introspezione, l'intima vocazione al monologo interiore, è certamente il tratto più rilevante della personalità umana e artistica dello scrittore, che coglie la crescente crisi esistenziale dell'uomo europeo del novecento e la trasmette al protagonista, Zeno Cosini, in cui il malessere è connaturato al vivere. L'alienazione dell'individuo, consapevole dell'incapacità di rapportarsi alla realtà e alla società che lo circonda, genera una costante tensione tra razionale e inconscio, una malattia al contempo immaginaria e reale, capace in ogni caso di condizionare la vita, che diventa essa stessa una malattia incurabile e viene vinta da Zeno nell'ultima pagina del romanzo con la sola morte definitiva di tutta l'umanità.
L'agitarsi interiore si muove all'interno del tessuto urbano della città giuliana, che con la sua scontrosa grazia, come ha scritto Saba, amico di Svevo, è il luogo dell'azione dei romanzi. Trieste fa da sfondo a tutti i personaggi sveviani che si cercano senza trovarsi e forse, con la Coscienza di Zeno, neanche più lo desiderano.
Alfonso Nitti ad esempio abita nella città vecchia verso San Giusto, più volte ricorrono poi le attuali via Cesare Battisti e via XX settembre, allora Corsia Stadion e via dell'Acquedotto, in cui erano site le case della giovinezza e della maturità di Svevo. Luogo di partenze e di ritorni è la stazione ferroviaria e luoghi di incontri sono le piazze cittadine, piazza della Borsa, piazza Goldoni, piazza Verdi, così come i caffè, a partire dal Fabris di via Romagna in cui Emilio attende Angiolina, così come la Biblioteca Civica in piazza degli Studi, l'odierna Attilio Hortis.
Luoghi fisici per un disagio dell'anima che non trova requie e che pronostica fatalmente una fine distruttiva senza possibili salvezze. Nel contempo fantasia nevrotica e concreta visione apocalittica e profetica di fronte ad un primo dopoguerra denso di nubi. Le ultime pagine della Coscienza di Zeno parlano di un uomo sempre più furbo e più debole, di una umanità dominata dalla legge del possessore del maggior numero di ordigni, del pericolo che un uomo inventi un esplosivo incomparabile, capace di rendere le armi allora esistenti innocui giocattoli, di un altro uomo fatto come gli altri ma un po' più ammalato capace di utilizzarlo così che ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra tornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.