Quando Einstein formulò la teoria della relatività spazio
– tempo non pensava certo che la Storia
gli avrebbe offerto un esempio così concreto come quello dei soldati di
Salamina e della guerra civile spagnola. Forse il paragone sembrerà un po’
azzardato ma è proprio su questo paradosso che cerca di farci riflettere Javer
Cercas. Qual è lo “spazio” della guerra civile spagnola? Esattamente quello
della battaglia di Salamina. Nomi e date stampati sulle pagine di manuali di
storia che scorrono sotto le nostre dita annoiate. E man mano che lo spazio si
restringe il tempo si dilata a dismisura fino a rendere equiparabili un
avvenimento accaduto poco più di sessant’anni fa e l’impresa greca del 480 a.c.
Il mondo sembra aver cancellato dai suoi ricordi ogni traccia della tragedia
spagnola, consumatasi fra il ’36 e il ’39, trascinando in una sorta di oblio
collettivo intere generazioni. Ma esiste chi, come Javer, il protagonista del
romanzo, non intende dimenticare e incappato in un’inezia storica (la scampata
fucilazione del noto falangista Sanchez Mazas nei pressi di Collel) comincia
una ricerca che lo poterà a una verità sepolta da anni: il sacrificio di
migliaia di uomini e donne per difendere la repubblica. “Cosa spinge un uomo a
graziare il suo nemico?” La risposta a questa domanda, live motiv dell’intero
racconto, vive ancora in un passato che Javer tenta di ricostruire attraverso
le testimonianze di quelle persone che ancora ricordano: testimoni privilegiati
o semplici detentori di storie tramandate di padre in figlio. Ed è un
susseguirsi incalzante di interviste, colloqui, domande provocatorie che fanno
della ricerca una vera e propria ossessione. Nasce così in Javer l’ingenua idea
di scrivere un “racconto reale”, basato su fatti accaduti, che possa finalmente
svelare la verità sui fatti di Collel, ma ben presto scoprirà che non esiste
un’unica verità ma tante e tutte egualmente plausibili. La realtà del concreto
e del tangibile si sgretola nel passare del tempo, cedendo il passo a una
verità poetica che vive e muta nel ricordo. Javer si rende improvvisamente
conto che la storia non è fatta di date e nomi importanti ma di uomini e donne
comuni dimenticati dal mondo intero. Questi uomini e donne – figli del ‘900,
secolo delle ideologie - si dividono naturalmente in due blocchi contrapposti
che non lasciano spazio alle vie di mezzo, alla “zona grigia” a cui oggi
appartiene gran parte dell’umanità,
inerte di fronte ai problemi che affliggono il globo. Alla ben nota
posizione del gerarca Mazas manca l’inevitabile controparte. Sotto la pioggia
nei boschi di Collel un uomo, un repubblicano senza nome e senza volto lascia
in vita il suo nemico. Due uomini che nell’intensità di uno sguardo rappresentano
la Spagna intera, divisa fra eroi e antieroi. Il merito di Cercas sta nel
distinguere l’eroe dall’antieroe senza esprimere giudizi o considerazioni
faziose ma ricordando che l’eroe è “colui che ha il coraggio e l’istinto per
conservare la dignità, e quindi non sbaglia mai, o per lo meno non sbaglia
nell’unico momento in cui è importante non sbagliare, di conseguenza non può non
essere un eroe”. E di eroi la guerra civile ne ha avuti tanti, tantissimi morti
imbracciando il fucile nelle strade di Spagna per la repubblica o costretti
all’esilio, con la morte nel cuore, ma sempre a testa alta, nel silenzio di chi
ha perso una battaglia ma non ha perso la consapevolezza della propria causa.
Non una piazza non una via porta il nome delle migliaia di caduti per la
libertà ma è compito di chi ricorda portare il loro insegnamento e il loro
esempio guardando avanti, sempre avanti.