Salvatore Quasimodo
Versi
d’amore e di libertà
Francesco
Flora e Carlo Bo propongono di assegnare il Nobel per la letteratura
a Salvatore Quasimodo e nel 1959 i professori svedesi assecondano
quella straordinaria indicazione. Quasimodo associato per eccesso
di semplificazione al movimento ermetico, è in realtà un grande
amante dei classici di cui è fine traduttore, critico teatrale,
uomo dedito ai viaggi, vissuti come spazio di conoscenza di
luoghi e persone, forse per giovanile abitudine alla frequentazione
dei treni, esente dal biglietto, grazie al padre ferroviere.
Restano memorabili le sue descrizioni di Venezia o di Trieste,
vissute in una giornata compresa tra due notturni, che lo allontanavano
e lo riportavano nella natia Sicilia. Antifascista e di sentimenti
progressisti, è stato associato alla sinistra di cui si è sempre
sentito parte, nonostante distinzioni e una generale lontananza
dal marxismo, non dai comunisti. Sentimentale, certamente poeta
per amore. Della vita, del Sud, della giustizia, della libertà,
delle donne e degli uomini. (D.R.)
Riproponiamo,
in occasione di questo anno in cui ricorre il centenario della
nascita di Quasimodo (Modica 1901 – Napoli 1968), alcuni tra
i più significativi brani della sua vasta produzione, compreso
il suo ultimo componimento Che breve notte del 1967.
Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul
cuor della terra
Trafitto da un raggio
di sole:
ed è subito sera
Ai quindici martiri di piazzale Loreto
Esposito, Fiorani,
Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete?
Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato,
spente epigrafi,
voi Del Riccio, Temolo,
Vertemati,
Gasparini, foglie d’un
albero
di sangue, Galimberti,
Ragni, voi,
Mastrodemenico, Poletti?
O caro sangue nostro
che non sporca
la terra, sangue che
inizia la terra
nell’ora dei moschetti.
Sulle spalle
le vostre piaghe di
piombo ci umiliano:
troppo tempo passò.
Ricade morte
da bocche funebri,
chiedono morte
le bandiere straniere
sulle porte
ancora delle vostre
case. Temono
da voi la morte, credendosi
vivi.
La nostra non è guardia
di tristezza,
non è veglia di lacrime
alle tombe;
la morte non dà ombra
quando è vita.
Auschwitz
Laggiù, ad Auschwitz,
lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura
nordica,
in un campo di morte:
fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine
dei pali
e il grovigli di ferro
dei recinti:
e non albero o uccelli
nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero,
ma inerzia
e dolore che la memoria
lascia
al suo silenzio senza
ironia io ira.
Tu non vuoi elegie,
idilli: solo
ragioni della nostra
sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti
della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita.
E la vita è qui,
in ogni no che pare
una certezza:
qui udremo piangere
l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là,
che è qui in eterno
e in movimento e non
in un’immagine
di sogni, di possibile
pietà.
E qui le metamorfosi,
qui i miti.
Senza nomi di simboli
o d’un dio,
sono cronaca, luoghi
della terra,
Sono Auschwitz, amore.
Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo
e d’Aretusa!
Da quell’inferno aperto
da una scritta
bianca: “Il lavoro
vi renderà liberi”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne
spinte fuori
all’alba dai canili
contro il muro
del tiro a segno o
soffocate urlando
misericordia all’acqua
con la bocca
di scheletro sotto
le docce a gas.
Le troverai tu, soldato,
nella tua
storia in forme di
fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere
d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce
chiuse in urne
di vetro ancora strette
da amuleti
e ombre infinite di
piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei:
sono reliquie
di un tempo di saggezza,
di sapienza
dell’uomo che si fa
misura d’armi,
sono i miti, le nostre
metamorfosi.
Sulle distese dove
amore e pianto
marcirono e pietà,
sotto la pioggia,
laggiù, batteva un
no dentro di noi,
un no alla morte, morta
ad Auschwitz,
per non ripetere,
da quella buca
di cenere, la
morte.
Amalfi
Qui è il giardino
che cerchiamo sempre
e
inutilmente dopo i
luoghi
perfetti dell’infanzia.
Una memoria che avviene
tangibile sopra gli
abissi
del mare. Sospesa
sulle foglie degli
aranci
e dei cedri sontuosi
negli orti pensili
dei conventi.
Alle fronde dei salici
E come potevamo noi
cantare
con il piede sopra
il cuore,
fra i morti abbandonati
nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio,
al lamento
d’agnello dei fanciulli,
all’urlo nero
della madre che andava
incontro al figlio
crocifisso sul palo
del telegrafo?
Alle fronde dei salici,
per voto,
anche le nostre cetre
erano appese,
oscillavano lievi al triste
vento.
Ai fratelli Cervi, alla loro Italia
In tuta la terra ridono
uomini vili,
prìncipi, poeti, che
ripetono il mondo
in sogni, saggi di
malizia e ladri
di sapienza. Anche
nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore
paziente, la solitaria
malinconia dei poveri.
E la mia terra è bella
d’uomini e d’alberi,
di martirio, di figure
di pietra e di colore,
di antiche meditazioni. (…)
Ma io scrivo ancora
parole d’amore,
e anche questa è una
lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo
ai fratelli Cervi
non alle sette stelle
dell’Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano
nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi
d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati
filosofi poeti
di questo umanesimo
di razza contadina.
L’amore la morte in
una fossa di nebbia appena fonda. (…)
Che breve notte
Che breve notte amore.
Un raggio
di luce è già sulla
tua fronte,
nei tuoi capelli di
madonna bizantina:
e dai carrozzoni lungo
il fiume
assale antiche radici
la voce
dei giovani nomadi,
funamboli di gramo pane
e parole murate nello
sdegno.
Riconosco il fanciullo
che sul Bosforo di Sicilia
gettava la sua solitudine
d’isolano
isolato. Ma tu ti svegli,
bellissima.
Bruna e bruciante mi
svegli a nuova vertigine;
scavato d’ansie e di
sangue
mi trascini nel buio,
senza memoria.
Qui vivo forse la mia ultima vita.
(n.11-2001)