Croci, crociate improprie, laicità dello Stato

di Giovanni Colombo

presidente della Rosa Bianca – consigliere comunale progressista di Milano


Che sia un integralista islamico ad elevarsi a difensore della laicità dello Stato è francamente paradossale. E spiega, a mio avviso,  la reazione - in alcuni casi altrettanto integralista - di  quanti, difendono l'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Tuttavia lo possono comprendere senza fatica anche i leghisti e i simpatizzanti del polo. Lo Stato può imporre la presenza nei locali pubblici dei simboli dell'identità nazionale italiana (anche nei comuni a maggioranza leghista); può imporre la presenza della bandiera tricolore o del ritratto del Presidente della Repubblica che "rappresenta - come la Costituzione stabilisce - l'unità nazionale"; ma non può imporre la presenza di un simbolo religioso, senza contraddire la sua laicità. Può accettarne la presenza quando essa esprima un sentimento condiviso o quanto meno rispettato  anche dal non credente. Ma vige in questo caso la regola dell'unanimità: se qualcuno si oppone,  lo si toglie. In quanto credente, ho imparato dai libri di storia  che è sempre ricorrente l'utilizzo  da parte del principe di turno, solitamente  agnostico o ateo, dei simboli della fede e della tradizione cattolica per lucrare legittimazione e potere. E quindi, proprio da credente, non sono disposto a lasciar svuotare la mia fede per appenderla al muro come simbolo dell'Occidente. So che la trasmissione del Vangelo non avviene per imposizione e che il rispetto dell'altro appartiene, prima che al “politicamente corretto”, al mistero stesso della fede. So che il pluralismo religioso dell'Europa di oggi e di domani non è una provvisoria sfortuna da cui pregare di essere liberati, ma la condizione concreta entro cui dar ragione della mia speranza.  So, insomma, che alla spada sguainata da Pietro, Gesù preferì il cammino verso la Croce: voler di nuovo imporre per legge ciò che è il segno radicale della gratuità, delle braccia spalancate per tutti, non significherebbe rispettare, bensì "bestemmiare" quello strumento di tortura diventato simbolo eterno di libertà fraterna. L'idea che, per opportunismo politico, gli improbabili druidi del "padanesimo" vogliano imporre un segno religioso inquieta le coscienze di uomini e donne di cultura laica o di appartenenza religiosa non cristiana ed è giusto che i cristiani ne abbiano sereno rispetto, ma inquieta ancor di più i cristiani pensosi di sé e memori della propria storia. Da sempre la Croce  in quanto tale è così debole da essersi lasciata esibire su guerre e massacri, ed è così eloquente da accogliere il bisogno di misericordia di chiunque. Nell'imporre la Croce al muro degli edifici pubblici nel XXI secolo non c'è troppo cristianesimo rispetto alla sensibilità di una società secolarizzata e distratta: ce n'è troppo poco.