Con Martì nel cuore
di Davide Rossi
Tornare all'Avana dopo sette anni significa trovare una città profondamente cambiata, le piste ciclabili del tempo del “periodo speciale” sono scomparse di fronte all'impetuoso aumento delle automobili in circolazione, vetture a volte anche molto costose. Si resta ammirati per le garanzie sociali che continuano ad essere patrimonio di tutti i cittadini, scuola, casa, sanità, congiunte alla libertà di navigare in internet e di vedere senza problemi la televisione con la parabola. Quello che turba un po' è l'atteggiamento di gran parte della popolazione che coglie queste opportunità per preferire le telenovele dei canali statunitensi in lingua spagnola ai programmi culturali della televisione cubana. Stupisce il crescente numero di banche, oltre a quella nazionale diventata Banco Central ecco quella Municipale, di Commercio e Credito, … Stupisce vedere la gloriosa Granma, il quotidiano del partito, venduto ancora dai sempre più rari chioschi di giornali, ma soprattutto da molti anziani male in arnese che chiedono più un elemosina in valuta forte che una sottoscrizione per la stampa progressista. È difficile comprendere una società in cui l' “immobiliare Felix” ristruttura e al momento affitta le case del Malecon spostando gli inquilini che sino a ieri vi hanno vissuto in periferia, il moltiplicarsi delle cooperative di taxi, la programmazione, secondo i gusti che stanno diventando dominanti, di molte pellicole nordamericane non certo di qualità in diversi cinema. Difficile ancora sette anni fa – nei giorni del Festival Mondiale della Gioventù – immaginare un oggi in cui nella “Casa dell'artigianato” si trovassero gelati Nestlè, abiti Cristian Dior e scarpe Rebook, oltre a giocattoli cinesi acquistati e rivenduti – come candidamente viene spiegato – perché costano meno, non perché esista un particolare scambio solidale tra l'isola caraibica e Pechino. Ovunque si vedono miriadi di magliette di Guevara, ma da nessuna parte, o solo con grande difficoltà, si trovano i suoi scritti. Certo incontrando i compagni della Federazione Sindacale Mondiale è bello sentire dell'impegno per la crescita di un nuovo sindacalismo in tutta l'America Latina che contrasti la violenza del neoliberismo, risponda energicamente al lavoro minorile chiedendo la tutela dei ragazzi nati sotto ogni latitudine, i quali fino a diciotto anni devono poter studiare. La compagna Margarita Rodriguez del sindacato scuola rivendica con orgoglio la capacità cubana di investire, pur tra tante difficoltà, il 10% del prodotto interno lordo per l'istruzione. Le scuole gratuite e per tutti, con gli studenti che portano al collo il fazzoletto rosso dei pionieri, sono una realtà viva, forte. Tuttavia Cuba oggi lascia agitati, sembra che le conquiste della Rivoluzione del '59 non siano comprese in tutta la loro autentica importanza, anzi, serpeggia un largo desiderio di modelli occidentali, senza rendersi conto che sono portatori di disuguaglianza. Basta infatti arrivare a Città del Messico per osservare una sterminata popolazione che dalle zone residenziali e del centro si ramifica sino alle pendici dei monti dove baracche senza elettricità costringono milioni di esseri umani ad inventarsi ogni giorno un modo per sopravvivere. La stampa messicana non racconta – come a Cuba - le ragioni per cui un ragazzo ha scelto di diventare medico al servizio della propria comunità, ma impiega pagine e pagine per documentare presunti esclusivi party di quel pezzo di società preoccupato di conversare in merito a quali fodere mettere sui sedili dell'aereo privato. Poco importa che oggi in Chiaps donne e uomini indigeni restino sotto il tiro delle mitraglie per il solo fatto di rivendicare dignità e libertà sancite per tutti e per ciascuno dalla Dichiarazione Universale dell'Uomo, ancor meno importa che anni fa in Messico persone come Frida Khalo o Diego Rivera sognassero un mondo più giusto. Se poi si arriva a New York fin da subito si può leggere un contrasto tra i venti milioni di Città del Messico e di questa che inevitabilmente è oggi la capitale del mondo. Nella notte la più grande estensione di case illuminate del pianeta lascia senza parole. A terra sconvolge invece la prepotenza del cemento, la città cerca di dimostrare la forza di un modello con un assalto al cielo in cui le costruzioni vorticosamente protese verso l'alto cercano di trasformarsi in vette inusitate e - insieme al terreno sfavillio dei negozi - vogliono rappresentare il culmine di una società che nel guadagno economico e nei consumi riconosce l'essenza della vita. Lascia perplessi poi come questo modo di vivere e di pensare trovi nella bandiera a stelle e strisce, esposta ogni dove, il suo elemento di sintesi. Sintesi che sembra a rovescio, ovvero in cui gli stili consumistici di oggi sono riconosciuti come identità americana mentre non si legge più nella bandiera la storia di libertà di cui è portatrice, della rivoluzione – era il 1776 - a cui partecipò anche un francese come Lafayette, rientrato in patria in quel 1789 che vedeva insorgere Parigi mentre pochi giorni prima proprio a New York, il 30 aprile, Giorgio Washington diventava il primo presidente. È pur vero che quasi subito la libertà si ammantò di ipocrisia, iniziando la strage dei nativi americani a cui si sono sottratte terre e diritti. Di quella stagione puritana sopravvivono i divieti di vendere alcolici la domenica mattina, come se uno che volesse ubriacarsi nel giorno del signore non potesse far scorta in precedenza, il proliferare di movimenti religiosi che potremmo ragionevolmente definire sette, la difesa armata della proprietà tanto ben documentata dal regista Michael Moore. Esistono poi luoghi che pur immersi in questa caotica metropoli risultano indubbiamente piacevoli. Passeggiare per Central Park o visitare la Biblioteca Pubblica permette d'incontrare persone che non hanno rinunciato ad ammirare un albero che inizia a mettere le prime foglie di una tardiva primavera o a ricercare, leggere, conoscere - tra le pagine di autori esenti da un male interpretato patriottismo - le vicende del mondo, di un resto del mondo tanto poco conosciuto dai cittadini statunitensi, quanto pesantemente condizionato dalle loro scelte e dai loro comportamenti. Ma le contraddizioni anche interne della società nordamericana, per quanto occultate, si leggono tuttavia nel grandi supermercati, in cui alla cassa fanno la fila non solo persone con distinte cravatte, ma anche giovani e anziani che vengono troppo facilmente bollati come perdenti. I prezzi abbordabili riservano amare sorprese: mele verdi dal sapore di shampoo, yogurt al gusto di gomma da masticare e di un incomprensibile doppio colore viola e fuxia, formaggio giallognolo e in bastoncini al sapore di plastica, patatine al gusto di pollo ricoperte di cioccolato, salvo poi scoprire che di patate e di cioccolato nella confezione non se ne trova una grande percentuale. Tornando in Europa viene da pensare ad un grande protagonista del continente americano - Josè Martì – che nei suoi scritti sempre ci ha ricordato come essere istruiti sia il solo modo per essere liberi. Cultura e libertà, una doppia stella che dobbiamo sempre avere come nostro orizzonte.