Antichi come le montagne, freschi come acqua di sorgente

di Giovanni Colombo (presidente della “Rosa Bianca”, consigliere comunale di Milano)

Mi rimangono impresse nella memoria due immagini ...

La  prima: la fiumana immensa che avanza pacificamente per le vie della città, persone di ogni età, dai quindici ai settant’anni, provenienti da molti paesi della penisola e nazioni del mondo, camminano e sorridono per le vie della città. Il movimento,   cresciuto enormemente nei mesi precedenti, si  è presentato a Genova  in tutta la sua varietà (suore e preti inclusi!) quale forza di accelerazione per una globalizzazione della giustizia. La formula no global è infatti decisamente fuorviante: Il movimento non si limita a denunciare la miopia dei “grandi della terra” ma  indica un percorso di liberazione per tutto il  genere umano,  nessuno escluso.

La seconda: le vetrine rotte dai black bloc e le cariche delle polizia. A Genova  i manifestanti, ai quali il governo doveva assicurare il diritto sacrosanto a dimostrare, si sono visti scippati quel diritto da una doppia violenza: quella scatenata da casseurs lasciati senza controllo dalle forze dell’ordine e quella liberata dalle stesse forze dell’ordine. Queste ultime si sono dimostrate impotenti e rassegnate dinanzi ai veri violenti ma aggressive e addirittura feroci con chi non c’entrava niente. Genova un anno dopo. Mi rimane la consapevolezza che l’azione del movimento pro giustizia deve rafforzarsi, senza mai perdere di vista i valori di riferimento. Valori antichi come le montagne ma freschi come acqua di sorgente: l’unità tra diversi, la solidarietà contro ogni tipo di sfruttamento, il rispetto della natura mettendo al bando ogni forma di manipolazione, l’uso sociale della ricchezza prodotta e non la sua appropriazione nelle mani di pochi.

Soprattutto il movimento deve camminare tenendo  ben fissa dinanzi  a sé la stella polare della  non violenza. Un altro mondo è possibile solo scegliendo metodi e parole  di pace.

(n.20-2002)

.....sabato a Genova
di Francesco Fontana (Cooperativa Chico Mendes - Milano)

Andare un sabato di luglio a manifestare a Genova è stato per noi del Commercio Equo e Solidale di Milano  l'opportunità unica, irripetibile,  non altrove trasferibile, per dire con la nostra presenza pacifica che il mondo non gira bene per tutti. Erano anni che in diversi campi, dall’ufficio alla scuola, dalla fabbrica alle realtà del volontariato avevamo maturato delle visioni anche prese con  prospettive differenti, cercando di allontanare da noi le tracce di  etnocentrismo che inevitabilmente ci portiamo dentro quando osserviamo e  cerchiamo di interpretare le realtà sociali nel mondo. Ebbene Genova la sentivamo e l'abbiamo vissuta come il grande appuntamento  per mettere in luce il disagio che  sentivamo per come è trattata la  dignità di donne e uomini in tanti Paesi, per come si affrontano da decenni  le tematiche legate allo sviluppo economico e sociale, per come l'ambiente  è vilipeso e sottomesso ai cicli di vita dei prodotti del mercato dei beni e dei capitali. Infine era improcrastinabile un segnale netto nei confronti di un  ristretto manipolo di autoconvocati sedicenti potenti, che da anni cerca progressivamente di avocare a sé un processo decisionale che si vuole globale. In tutto ciò vediamo l'ipocrisia e l'arroganza di aspiranti statisti che hanno un concetto della democrazia piuttosto ristretto. Andare a dire queste cose a Genova era la naturale aspirazione di tante  coscienze del nostro Paese avvilite da una politica nazionale ormai  preconfezionata in  formato televisivo, basata sulla ristrutturazione delle istituzioni e dei diritti fondamentali ad uso personale di pochi.

(n.20-2002)

 

Da Roma 2000 a Genova 2001 con lo stesso desiderio di giustizia e di  solidarietà

di Francesca Sempio (gruppo socio-politico S. Maria del Suffragio – Milano)

Chiudiamo venerdì alle tre di notte con qualche anticipo la vacanza estiva in Francia con i ragazzini delle medie. Arriviamo dai miei a Nervi alle otto di mattina così ci riposiamo un po’, ci cambiamo. Siamo sette: i miei, io, Gabriele, Vilbert, Marco e Francesco, un po’ tesi perché abbiamo saputo di Carlo, amico di famiglia di uno di noi educatori che non è voluto venire. Le notizie di tensioni in piazzale Kennedy non ci scoraggiano e ci uniamo un po’ in ritardo alla metà superstite del corteo di sabato.

Risaliamo Corso Sardegna, la tensione lentamente si dilegua: la folla colorata, festante, gioiosa é punteggiata di cappellini della Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi l’anno precedente a Roma e vederli e paragonare questa marcia a quella verso Tor Vergata è tutt’uno. Come a Roma la gente è con noi, hanno steso i panni all’esterno contro l’invito governativo, ci gettano acqua per rinfrescarci e si uniscono ai cori e ai canti. In piazza Ferraris tutto cambia di colpo: finito il discorso di Vittorio Agnoletto, il vento ci porta suoni di sirene e l’acre fumo dei lacrimogeni, ci sentiamo soffocare e iniziamo a lacrimare. Seguiamo le voci che ci portano su e giù per le scalette di cui Genova è costellata, strette, faticose da percorrere; gli spazi angusti rallentano la folla; gli elicotteri troppo bassi fanno crescere la tensione che a tratti si trasforma in paura.

Torniamo a casa, stanchi, ma interi, noi. Tuttavia siamo delusi, tristi: abbiamo visto colpire senza motivo, quella che è e resta una proposta alternativa ad un vertice di pochi, perché loro restano otto, noi sei miliardi.

(n.20-2002)

 

 

 

 

            Con lo stesso entusiasmo che ci accomuna e ci accompagna

di Davide Rossi (Esecutivo Nazionale Unicobas Scuola)

 


L’Unicobas Scuola e la Confederazione Italiana di Base (C.I.B.) Unicobas tornano a Genova un anno dopo, con la consapevolezza che le parole di giustizia e di pace che abbiamo liberato allora non solo restano autenticamente attuali, ma diventano sempre più pressanti.

Regole ingiuste stringono in una morsa violenta i popoli poveri e i poveri dei popoli, mentre, anche in Italia un potere arrogante cerca di soffocare le intelligenze con un circo ben orchestrato dei consumi che tuttavia ogni giorno diventa, pure per l’occidente, più aleatorio ed esile. Eppure noi cittadini del primo mondo godiamo della straohyrdinaria fortuna di avere ad esempio acqua corrente e potabile, quando i quattro quinti dell’umanità neppure la immaginano. A Genova lo scorso anno una ferocia brutale si è scatenata premeditatamente contro ragazzi e ragazze, contro chi ha manifestato rispetto per la propria intelligenza e ha sentito e sente violentata la propria libertà e la propria dignità quando sa che larga parte delle donne e degli uomini della terra vengono schiacciati dalla prepotenza di pochi, che depredano materie prime e mantengono regimi dittatoriali a vantaggio del nostro benessere. A Genova torneremo con la speranza di ritrovare la pluralità e la coralità di quei giorni, quando sindacalisti e suore si sono appassionati insieme per un mondo migliore, perché bisogna ripensare in forme nuove e creative la solidarietà e la battaglia per i diritti, tutti, sociali, civili, sindacali. L’Unicobas da sempre ha compiuto la scelta della non violenza e ha partecipato a Barbiana a maggio alla marcia sulle orme di don Milani che ci ha insegnato come “il maestro si distingue dal commerciante, perché il commerciante è colui che cerca di contentare i gusti dei suoi clienti, mentre il maestro colui che cerca di contraddirli e mutali.” Un impegno culturale e per la pace che sentiamo nostro, convinti della stretta interdipendenza tra Nord e Sud del pianeta, in un mondo che è sempre più interattivo e interculturale, ma in cui barriere e steccati si levano per dividere l’umanità. I temi della pace, della non violenza, di un commercio equo e solidale tra i popoli sono strettamente interconnessi con quelli del diritto al lavoro. Violato e sistematicamente disatteso calpestando anche le più elementari tutele sancite dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Basti pensare che 223 sindacalisti sono stati uccisi o fatti scomparire nel corso del 2001, quattromila arrestati, mille feriti e diecimila licenziati, perché una logica liberista sempre più esacerbata non tollera limiti. Di esempi se ne potrebbero citare molti, a partire dal Bengladesh dove, il 2 maggio 2001 Iqbal Majumber, segretario generale del sindacato Jatiyo Sramik, è stato freddato all’uscita dal suo ufficio. Quale la sua colpa? Aver creato un movimento sindacale in Bengladesh e lottare contro le privatizzazioni in atto e la generale deregolamentazione del lavoro. Naddem Dar nel giugno 2001 ha voluto creare un sindacato nella fabbrica tessile in cui lavora, in Pakistan, per tutta risposta il padrone lo ha fatto sequestrare e torturare per convincerlo a desistere, ma lo sciopero dei colleghi di Dar ha portato alla sua liberazione. In Sudcorea dal 2001 oltre 200 sindacalisti sono in galera e nel corso dei Mondiali di calcio sono stati arrestati gli insegnati che hanno indetto uno sciopero spontaneo. In Indonesia una vertenza è stata risolta dal direttore di una fabbrica automobilistica di Jakarta con il pagamento non degli arretrati ma di malavitosi che hanno assaltato gli scioperanti ferendone molti ed uccidendone due. Toure Fankroban dell’Unione Generale dei Lavoratori della Costa d’Avorio ha denunciato, nella riunione dei sindacalisti africani tenutasi nel Burkina Faso nel marzo 2002 come il 40 % dei bambini del suo paese sia costretto a lavorare, così come larga parte dell’infanzia di quel continente, sempre più assorbita nel settore informale. La crisi economica generalizzata del Sud del mondo dovuta all’aumento dei consumi del Nord, a politiche di rapina, alla non consapevolezza di quanto la terra abbia dei limiti di ecosostenibilità, agli impedimenti imposti dal Fondo Monetario contro scuole e sanità, riduce la maggioranza dei ragazzi del globo a merce di scambio per affaristi senza scrupoli. Genova e il prossimo Social Forum Europeo ci chiamano ad una forte capacità di sintesi a cui non mancheremo di dare il nostro contributo, perché un battito d’ali in una parte del mondo si ripercuote inevitabilmente in quella opposta. Nell’attacco ai diritti fondamentali di assemblea, di sciopero, anche nell’Unione Europea leggiamo l’avanzare di una logica perversa di frammentazione sociale e di distruzione di quanto è stato costruito nel nostro continente, con la lotta antifascista prima e le lotte sociali in seguito. La precarizzazione forzata nel lavoro è l’anticamera del non lavoro, per questo motivo l’Unicobas ha partecipato quest’anno alla creazione della F.E.S.AL., la Federazione Europea del Sindacalismo ALternativo, a partire dalla scuola, pesantemente attaccata perché con essa si vogliono spegnere i saperi scientifici ed umanistici, la libertà d’insegnamento e la libertà di apprendimento dei ragazzi, riducendoli a “menti d’opera emancipate dal sapere critico”, come ha chiesto Confindustria nel ’95, e trasformando maestri e professori da promotori di cultura ad erogatori di servizio senza cuore e senza passione. Per questi motivi  Unicobas Scuola, SUD Education (Francia), Coordinamento SUD-Education (Cantone di Vaud, Svizzera), Federazione della scuola CGT (Spagna), Ecole Emancipée (Francia) si sono ritrovati ai primi di luglio a Granada, per proseguire insieme il cammino della F.E.S.AL., per rivendicare con forza il diritto ad un futuro diverso, per difendere l’entusiasmo che ci accomuna e ci accompagna. Con lo stesso spirito torneremo, un anno dopo, a Genova.

 

(n.20-2002)