Il cuore in azienda. Il
fascino di una simile frase è alquanto pericoloso e la deriva dei corsi di
formazione è lì a dimostrarlo. Infatti le aziende continuano ad organizzare
corsi chiamati a migliorare le capacità relazionali dei dipendenti, ma anche
corsi che, più o meno subdolamente, intendono toccare le emozioni e i
sentimenti. Obiettivo è una totale messa a disposizione dell’organizzazione, senza
rendersi conto che qualche ora di presunta formazione spesso smuova
interiormente molto più di quello che riesca ad affrontare. L’intenzione
tuttavia non è aiutare il singolo a risolvere o a superare questioni che in
ogni caso riguardano la sua sfera privata e non quella sociale o pubblica, ma
selezionare i più forti, i più resistenti, i più soggiacenti. Ci si forma così
non solo sulle competenze comunicative, ma si agitano i ricordi positivi e le
emozioni spiacevoli, si discute di come ci si percepisca e di come ci vedano
gli altri. Si scava attraverso i gusti, indagando che cosa piaccia e non
piaccia, che cosa si legga, si veda al cinema, …
È di quest’anno lo
spettacolo teatrale Fabbrica di e con Gianfelice D’Accolti che racconta
come, leggendo libri a mensa, non solo si perda il diritto di far carriera, ma
si rischi pure di perdere il lavoro. Il pensiero unico dominante è radicato ben
al di là del confronto politico. Questo metodo è sempre più dilagante, si fa
forte dell’idea - ideologia secondo cui si debba genericamente “condividere
tutto” per favorire l’integrazione tra individuo e azienda, anche se pare
abbastanza evidente che sia l’azienda ad infilarsi sotto la pelle dei
dipendenti, creando un ambiente di agitata sudditanza che ha molto poco di un’autentica
condivisione. Gli uffici d’oggi, che per larga parte si fondano su attività
intellettuali, si dimenticano che queste hanno bisogno di libertà e di stimoli
esterni, non di infingarde penetrazioni della coscienza e ritmi da fabbrica
pre-fordista, in cui si è obbligati a star forzatamente insieme nello stesso
ufficio, perché chi va a casa prima delle otto o delle nove di sera mostra
scarso attaccamento al lavoro. È un mondo complesso, che si moltiplica intorno
a noi e di cui troppo poco si parla, si discute. Il risultato di questa nuova
logica volta ad asservire, quando non annientare, la ricchezza, la profondità e
la vivacità degli esseri umani è un nuovo comandamento, ferocemente blasfemo,
eppure sempre più accettato, anche se controvoglia, perché fuori la
disoccupazione incalza e nessun posto è più sicuro, anzi siamo tutti a rischio.
Il comandamento vuole che ogni dipendente si immedesimi nel lavoro che svolge
al punto da rendere sinistramente contento il datore di lavoro, lieto di poter
proclamare: “Non avrai altro pensiero all’infuori di me”. In un’Italia ogni
giorno economicamente più fragile e in declino, come scrivono da tempo attenti
studiosi del nostro paese quali Gallino o Petrini, le nubi si moltiplicano.
L’invasione delle
coscienze è l’ultima frontiera di un mondo del lavoro che scrive regole sempre
più insopportabili. La crescente aspirazione di molti, anche giovani a
chiamarsene fuori, soprattutto donne, è il più forte elemento di tenuta sociale
di una nazione con sempre meno occupazione e sempre più povertà. Rendere
invivibili i luoghi di lavoro è un modo efficace per contenere molti
disoccupati che, invece di rivendicare il diritto costituzionale ad
un’occupazione, vi rinunciano anche perché indotti in un senso di colpa in cui
si percepiscano come inadeguati. Solo rendendo opprimente il lavoro e facendo
ricadere sui disoccupati stessi le regioni del loro fallimento - come se fosse
obbligatorio star fino alle ventuno in ufficio e non a quell’ora a casa coi
figli - si può avere la certezza che non si avranno tensioni sociali, scioperi
e manifestazioni. Appare comunque evidente quanto siano precari un equilibrio
ed un pace sociale così costruiti.