Il        mistero          d’Egitto

di Davide Rossi


 


2002. All’ombra delle piramidi si agita un mistero. Non certo quello della loro costruzione, ampiamente illustrato dagli egittologi, che hanno smentito le assurde falsità degli antichi storici greci riguardo agli schiavi, presenti numerosi ad Atene, ma non sulle rive del Nilo, così come le demenziali teorie extraterrestri di diverse sette. Oggi sappiamo che le opere dei faraoni sono il risultato di un lavoro salariato e che gli operai avevano un contratto, il più antico della storia, che disciplinava turni, mansioni, riposi. I geroglifici ci hanno regalato la prima contrattazione collettiva dell’umanità. Altro allora è il mistero e tutto interno all’Egitto odierno: Misr, così detto in arabo con un nome che non solo indica la compagnia petrolifera nazionale, ma la stessa capitale, meglio nota come Al Qaira, Il Cairo. Una nazione di quasi settanta milioni di abitanti, con una capitale che ne assorbe, con l’agglomerato urbano, una ventina. Una cerchia periferica fatta di piccole cittadine in cui non è raro vedere madri di famiglia sciacquare i pentoloni nelle acque non limpidissime del Nilo. Il mistero riguarda la coesione sociale, la capacità di tenersi insieme di una società che in apparenza, ma forse solo in apparenza, non mostra, pur tra le difficoltà, forti conflittualità. Le contraddizioni sono incalcolabili. Grattacieli, ristoranti, alberghi di lusso, sono adagiati sulle rive del fiume nella zona commerciale, ma subito nelle vie adiacenti i robusti palazzi anni cinquanta mostrano vistose crepe e scaloni dai gradini sconnessi. Sui tetti in baracche rimediate alla meglio con qualche mattone e divisorio in legno, abitano gli esclusi più fortunati. Quelli che lo sono meno vivono nei cimiteri cittadini, dopo aver ottenuto l’allacciamento del gas e della luce, l’acqua già c’era. Vivono all’interno delle tombe di famiglia con una lieve, quasi gioviale serenità certamente ardua da comprendere per un occidentale.

Prima di giungere ai cimiteri basta tuttavia uscire dai quartieri centrali per vedere diradarsi giacche e cravatte e moltiplicarsi volti scavati, camicie logore, pantaloni consunti. Tenuti insieme e velati da una nube di polvere e smog che si solleva e si posa ovunque, forza congiunta delle sabbie del deserto e degli scarichi non certo catalitici di milioni e milioni di automobili e autobus. Un raro tram non migliora l’andamento del traffico tra la cui caotica convulsione resistono diversi carretti trainati da muli fattisi incuranti nel loro trotterellare di ciò che li circonda. Tutti sono gentilissimi con i turisti segno di una diffusa consapevolezza dell’importanza di questa voce economica nel bilancio nazionale. Pure l’esercito è gentile con gli stranieri che tuttavia sono indotti a domandarsi perché i militari siano così numerosi, ad ogni angolo o incrocio, ad ogni caseggiato, e ancora sotto ministeri, banche, compagnie aeree, musei, nella metropolitana, lungo il fiume, e probabilmente molti altri in borghese e di giorno pure la polizia stradale. Tutto sembra portare a credere che ci si trovi a fronte ad un dispiegamento che smorzi o induca a ridurre agitazioni, proteste, tensioni. Tensioni che si immaginano anche quando non esistono, segno di una preoccupazione reale per problemi di disagio e disoccupazione ugualmente concreti. È il caso di un milite simpatico e affabile che cerca di convincere i turisti a non prendere l’autobus 290 per il grosso villaggio di Mostord a nord della capitale, cerca di dissuaderli spiegando che là la popolazione non è simpatica, è poco socievole. Se poi si arriva comunque all’antico monastero cristiano di Mostorod e si ammirano le antiche icone che ricordano la fuga in Egitto di Gesù, fuori dalla porta del convento copto si trovano solo cittadini che vivono in condizioni simili a quelle che in città sono confinate sui tetti o nei cimiteri, pescano nel Nilo, bruciano periodicamente l’immondizia che, non essendo raccolta da nessuno,  deve ardere per fare posto alla nuova, ovviamente questi miasmatici incenerimenti peggiorano un’aria in cui, soprattutto al Cairo, l’azzurro del cielo si trasforma in grigio opaco. I giovani, i ragazzi, i bambini, sono molti, se alcuni con rotti sandaletti e vestiti a brandelli giocano a calcio pure di mattina a fianco di una delle tante discariche a cielo aperto, la maggioranza pare proprio frequentare le scuole che sembrano di tutti i tipi. Si vedono ragazze con gonne al ginocchio e capo scoperto e studentesse completamente velate. La domanda che ci si pone è: per quale Egitto si stanno preparando, quale Egitto sognano? I ragazzi con cui si riesce a scambiare qualche parola sembrano, senza la divaricazione estrema dei giovani tunisini, divisi tra un occidente mitico e fasullo e un integralismo islamico poco rispettoso del messaggio di fratellanza del Corano. Il fatto che comunque la maggioranza assoluta, la stragrande maggioranza, riesca, pur tra mille peripezie, a sbarcare il lunario, garantisce una quiete che non si può realmente comprendere se preannuncio di una tempesta o del sereno. Ed è questo il vero mistero d’Egitto.

 

(n.17-2002)