2002. All’ombra delle
piramidi si agita un mistero. Non certo quello della loro
costruzione, ampiamente illustrato dagli egittologi, che
hanno smentito le assurde falsità degli antichi storici
greci riguardo agli schiavi, presenti numerosi ad Atene,
ma non sulle rive del Nilo, così come le demenziali teorie
extraterrestri di diverse sette. Oggi sappiamo che le opere
dei faraoni sono il risultato di un lavoro salariato e che
gli operai avevano un contratto, il più antico della storia,
che disciplinava turni, mansioni, riposi. I geroglifici
ci hanno regalato la prima contrattazione collettiva dell’umanità.
Altro allora è il mistero e tutto interno all’Egitto odierno:
Misr, così detto in arabo con un nome che non solo indica
la compagnia petrolifera nazionale, ma la stessa capitale,
meglio nota come Al Qaira, Il Cairo. Una nazione di quasi
settanta milioni di abitanti, con una capitale che ne assorbe,
con l’agglomerato urbano, una ventina. Una cerchia periferica
fatta di piccole cittadine in cui non è raro vedere madri
di famiglia sciacquare i pentoloni nelle acque non limpidissime
del Nilo. Il mistero riguarda la coesione sociale, la capacità
di tenersi insieme di una società che in apparenza, ma forse
solo in apparenza, non mostra, pur tra le difficoltà, forti
conflittualità. Le contraddizioni sono incalcolabili. Grattacieli,
ristoranti, alberghi di lusso, sono adagiati sulle rive
del fiume nella zona commerciale, ma subito nelle vie adiacenti
i robusti palazzi anni cinquanta mostrano vistose crepe
e scaloni dai gradini sconnessi. Sui tetti in baracche rimediate
alla meglio con qualche mattone e divisorio in legno, abitano
gli esclusi più fortunati. Quelli che lo sono meno vivono
nei cimiteri cittadini, dopo aver ottenuto l’allacciamento
del gas e della luce, l’acqua già c’era. Vivono all’interno
delle tombe di famiglia con una lieve, quasi gioviale serenità
certamente ardua da comprendere per un occidentale.
Prima di giungere
ai cimiteri basta tuttavia uscire dai quartieri centrali
per vedere diradarsi giacche e cravatte e moltiplicarsi
volti scavati, camicie logore, pantaloni consunti. Tenuti
insieme e velati da una nube di polvere e smog che si solleva
e si posa ovunque, forza congiunta delle sabbie del deserto
e degli scarichi non certo catalitici di milioni e milioni
di automobili e autobus. Un raro tram non migliora l’andamento
del traffico tra la cui caotica convulsione resistono diversi
carretti trainati da muli fattisi incuranti nel loro trotterellare
di ciò che li circonda. Tutti sono gentilissimi con i turisti
segno di una diffusa consapevolezza dell’importanza di questa
voce economica nel bilancio nazionale. Pure l’esercito è
gentile con gli stranieri che tuttavia sono indotti a domandarsi
perché i militari siano così numerosi, ad ogni angolo o
incrocio, ad ogni caseggiato, e ancora sotto ministeri,
banche, compagnie aeree, musei, nella metropolitana, lungo
il fiume, e probabilmente molti altri in borghese e di giorno
pure la polizia stradale. Tutto sembra portare a credere
che ci si trovi a fronte ad un dispiegamento che smorzi
o induca a ridurre agitazioni, proteste, tensioni. Tensioni
che si immaginano anche quando non esistono, segno di una
preoccupazione reale per problemi di disagio e disoccupazione
ugualmente concreti. È il caso di un milite simpatico e
affabile che cerca di convincere i turisti a non prendere
l’autobus 290 per il grosso villaggio di Mostord a nord
della capitale, cerca di dissuaderli spiegando che là la
popolazione non è simpatica, è poco socievole. Se poi si
arriva comunque all’antico monastero cristiano di Mostorod
e si ammirano le antiche icone che ricordano la fuga in
Egitto di Gesù, fuori dalla porta del convento copto si
trovano solo cittadini che vivono in condizioni simili a
quelle che in città sono confinate sui tetti o nei cimiteri,
pescano nel Nilo, bruciano periodicamente l’immondizia che,
non essendo raccolta da nessuno,
deve ardere per fare posto alla nuova, ovviamente
questi miasmatici incenerimenti peggiorano un’aria in cui,
soprattutto al Cairo, l’azzurro del cielo si trasforma in
grigio opaco. I giovani, i ragazzi, i bambini, sono molti,
se alcuni con rotti sandaletti e vestiti a brandelli giocano
a calcio pure di mattina a fianco di una delle tante discariche
a cielo aperto, la maggioranza pare proprio frequentare
le scuole che sembrano di tutti i tipi. Si vedono ragazze
con gonne al ginocchio e capo scoperto e studentesse completamente
velate. La domanda che ci si pone è: per quale Egitto si
stanno preparando, quale Egitto sognano? I ragazzi con cui
si riesce a scambiare qualche parola sembrano, senza la
divaricazione estrema dei giovani tunisini, divisi tra un
occidente mitico e fasullo e un integralismo islamico poco
rispettoso del messaggio di fratellanza del Corano. Il fatto
che comunque la maggioranza assoluta, la stragrande maggioranza,
riesca, pur tra mille peripezie, a sbarcare il lunario,
garantisce una quiete che non si può realmente comprendere
se preannuncio di una tempesta o del sereno. Ed è questo
il vero mistero d’Egitto.
(n.17-2002)