Asian Dub Foundation: diverse musiche per diverse culture

di Luca Lorenzo Pagani

Musica ragamuffin’ sporcata da suoni taglienti e distorti, ritmiche che sottolineano l’essenza della musica dub inglese, passaggi chitarristici effettati che richiamano strumenti orientali come il sitar, testi hip hop di protesta di chiara valenza politica… basso, batteria, percussioni e basi (saggiamente gestite dal dj Pandit G) impastate con un tiro micidiale, tale da rendere il tutto di un fascino quasi ipnotico. Tutto questo ha un marchio ben preciso e risponde al nome degli Asian Dub Foundation. Proprio in questo periodo artistico, caratterizzato dalla valorizzazione di sonorità orientali flavour hindi, in cui tutti cercano di saltare sul carro della musica elettronica dub, i ragazzi londinesi di chiare origini asiatiche possono realmente affermare: “Noi c’eravamo da un pezzo”. Dal ’93 il sound e gli intenti del gruppo sono sempre stati autentici, senza compromessi, contro chi adesso segue l’onda della moda mainstream creata su misura per un facile ascolto plastificato (vedi Panjabi Mc & Co.). L’Inghilterra, e in particolar modo Londra, rappresentano da tempo un crogiuolo di culture differenti e gli Asian Dub Foundation ne sono il meglio, prendendo spunto dall’incredibile bagaglio artistico che il loro paese mette a disposizione. Il 14 Maggio a Milano hanno proposto al pubblico italiano, sempre attento e fedele al gruppo, il loro ultimo lavoro: “Enemy of the Enemy”. Già si può immaginare dal titolo quanto i ragazzi della fondazione asiatica del dub siano arrabbiati e sicuramente non vanno per il sottile, ma, a dire il vero, l’ultimo lavoro è leggermente più pacato nei toni, ma non nella portata della loro protesta. Dal vivo l’esaltazione dei ritmi, a tratti ossessionanti ma anche cullanti, che ricordano nettamente sonorità spaziose e trascinanti tipiche del più marcato reggae, vengono accentuate e il pubblico non può tirarsi indietro, saltando e ballando in un magnetismo totale. Le linee di basso e i volumi ritmici della batteria e delle percussioni sono talmente incalzanti da tuonare prepotentemente nelle orecchie e nelle casse toraciche degli spettatori. L’esperienza live degli Asian Dub Foundation, fatta di tour che non risparmiano nessun angolo del mondo (Stati Uniti, Australia, Canada, Singapore..), si apprezza proprio in questo: quasi due ora di coinvolgimento allo stato brado. Da sempre il gruppo londinese ha portato il suo messaggio per tutto il mondo, divulgando  pace e un deciso rifiuto del razzismo, sottolineando con energia e coraggio tutti i soprusi che la società moderna causa anche grazie al silenzio dei media e del mondo occidentale. Da queste convinzioni nascono importanti proteste che puntano addirittura ad intaccare gli stereotipi ormai, in apparenza, insediati radicalmente nelle menti della società industriale nei confronti, ad esempio, dell’immigrato o del perseguitato politico. Le loro proteste sono spesso rivolte a controversie politico - giudiziarie come nel caso di Satpal Ram, ragazzo indiano accusato di aver ucciso un ragazzo bianco che, in realtà, lo aveva aggredito insieme ad un gruppo di amici. La liberazione del giovane indiano è avvenuta nel Giugno del 2002; gli ADF hanno avuto un importante peso nella protesta grazie al loro brano - slogan “Free Satpal Ram” suonato in ogni loro manifestazione. Il ruolo decisivo del gruppo e del loro collettivo “Comunity Music” è stato sottolineato dal fatto che la Regina, durante il giubileo, ha insignito Pandit G (leader del gruppo) con l’MBE Awards: una sorta di medaglia al merito per aver costantemente proposto iniziative sociali di interesse soociale. Pandit G ha ringraziato ma ha rifiutato il premio, affermando che il successo della protesta è merito di tutto il collettivo,  nato e cresciuto grazie  a risorse economiche proprie, mai con fondi concessi dal Governo britannico. Non si può certo dire che non abbiano stoffa e carattere questi ragazzi.