ANGELO BRANDUARDI  "L'INFINITAMENTE PICCOLO”

di Andreina Antelli

 

Povero Angelo Branduardi! Ormai è costretto a rubare idee a se stesso dopo aver saccheggiato per  anni melodie medievali e affini, con l'unica differenza che nel passato avevamo una ricerca consapevole e dichiarata di fonti storiche, mentre ora si spacciano per nuovi incipit di altre canzoni e arrangiamenti gemelli. L'idea dall'album non è malvagia e, come il cacio sui maccheroni, è stato pubblicato nell'anno giubilare dove tutto, o quasi, è papale, persino l'etichetta EMI III Millennio. Ma non basta attingere a testi francescani o coevi per passarla liscia! Ci vogliono buone musiche, nuove, pur rimanendo fedeli al proprio stile; degli 11 brani presenti nel CD se ne salvano ben poche e, guarda caso, quelli che hanno avuto, in un modo o nell'altro, il contributo di altri artisti: interessante il brano "Nelle paludi di Venezia Francesco si fermò a pregare e tutto tacque" quando a sorpresa si eleva la voce di Teresa Salguiero (del gruppo Madredeus) e si respira ossigeno puro. Ma, parafrasando un vecchio Carosello, "con quella voce può dire ciò che vuole" e non basta forse una presenza del genere, per altro minima, a rendere l'album accattivante; non mi soffermo sulla lunghezza del titolo che fa sorridere e pensare più a un film della Wertmuller che non a un mistico brano sul poverello di Assisi. Non è sufficiente nemmeno la presenza di Franco Battiato nel brano "Il sultano di Babilonia e la prostituta": lui fa del suo meglio, il suo timbro ben si addice alla storia narrata e si distacca da quello di Branduardi così sempre uguale a se stesso; la canzone si salva in extremis grazie a una sezione ritmica sostenuta. Viene scomodato perfino Ennio Morricone, genio incontrastato delle armonie strappalacrime e, infatti, il brano "Salmo" ha una marcia in più: lo stile inequivocabile, i cori, il flauto dolce, le modulazioni, ci riportano a tante colonne sonore da lui scritte; può piacere o non piacere, ma è indiscutibile la sua grande abilità compositiva di effetto. È un peccato, e per chi scrive anche una sofferenza, ritrovare in "Audite poverelle" e in "La regola" ritornelli riciclati di due vecchi brani dello stesso Branduardi o, in "La morte di Francesco", un flauto di Pan e una melodia modello "non ci siamo già incontrati?". Peggio ancora è trovare in "Il lupo di Gubbio" una frase musicale al limite del plagio sottratta a Marc Chon. Branduardi ha sempre avuto un pubblico fedele che lo ha apprezzato per tanti anni nelle sue qualità di guitto polistrumentista, ma, in quest'ultima pubblicazione, sa un po' troppo di minestra riscaldata. Se le idee sono poche, a volte è meglio aspettare.

 

(n.5-2001)