15 giugno 2003-referendum: due SI’

di Davide Rossi*

 

Cercherò di spiegare le ragioni del mio voto favorevole ad entrambi i quesiti referendari. Per quanto concerne la regolamentazione dell’elettrosmog  credo sia indispensabile. È evidente che ci troviamo a fronte delle innegabili contraddizioni del mondo occidentale che a ragione il più grande pensatore del novecento italiano Pier Paolo Pasolini definiva sviluppato ma non progredito. Diceva Pasolini: “aumentano i consumi ma non la cultura, c’è quindi sviluppo, ma non c’è progresso ed io sarò sempre contrario ad uno sviluppo senza progresso.” L’uomo occidentale consuma, distrugge e promuove questo forsennato modello al mondo, il quale è però talmente sfruttato e deprivato delle sue ricchezze che non riesce, per sua fortuna, ad imitarci. Quando alla metà degli anni novanta ho incontrato l’attuale presidente del Brasile Lula ad un convegno organizzato a Venezia dal prosidanco Bettin ricordo la forza del ragionamento: “se tutti consumassero come nel primo mondo occorrerebbero tre pianeti non uno, perché la terra non può offrire luce ed energia a tutti ad imitazione dei vostri livelli di consumo”. Spero quindi che il referendum sia un’occasione  non solo per tutelare la nostra salute dai campi elettromagnetici, ma apra anche una dibattito, purtroppo oggi asfittico, sull’insostenibilità del nostro modello, anche riguardo al traffico e alla generale pessima gestione delle acque.

Più vivace il confronto sull’articolo 18 arricchitosi tuttavia di motivi politici estranei alla richiesta del quesito referendario stesso. Certo sarebbe stato necessario valutare l’utilità di recarsi alle urne governante Berlusconi e certo alcuni promotori del quesito cercano più gloria personale che garanzie per i lavoratori. Ma veniamo appunto al quesito. Quel che chiede è che anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti il lavoratore licenziato SENZA giusta causa possa essere reintegrato nel posto di lavoro. È davvero sconvolgente che ad una simile domanda ci sia qualcuno contrario nel centro-sinistra. Stiamo parlando di un lavoratore che ha difeso un collega, di uno che ha affisso un volantino all’albo sindacale, di una lavoratrice che non ha ceduto alle angherie del datore di lavoro, in tutti questi casi il pretore del lavoro procede alla reintegrazione del lavoratore.

Berlusconi e le destre vorrebbero da tempo che non fosse più così per nessuno. In poche parole libertà di licenziare e zitti perché il padrone ha sempre ragione.

Dimostrazione della necessità di estendere l’articolo 18 viene poi dall’analisi di un dato squisitamente giuridico. Le cause per articolo 18 sono molto poche ma i lavoratori che intentano cause di lavoro sono quelli che operano presso aziende e uffici con più di 15 dipendenti. Che cosa significa? Semplice, che chi ha paura di essere licenziato perché non tutelato dall’articolo 18 non denuncia molestie sessuali, violazione dei diritti sindacali, maltrattamenti e così via.

Sono consapevole che il giorno successivo all’approvazione del referendum buona parte di coloro che hanno meno di 15 dipendenti assunti a tempo indeterminato li licenzierebbero per riassumerli come CO.CO.CO. (collaboratori coordinati e continuativi) ma in questo caso è il legislatore che dovrebbe prontamente intervenire.

Capisco pure che molti italiani non si sentano toccati da questo tipo di problema, ma domando: è civile un paese in cui vi sono cittadini di serie A e cittadini di serie B, privi dei diritti garantiti ai primi? La Costituzione non sancisce l’uguaglianza tra tutte e tutti? È giusto che alcuni non dormano la notte stretti nel dover scegliere tra la paura di perdere il lavoro e il non poter denunciare le sempre più disumane condizioni in cui lavorano? Sembra si parli di un Italia lontana o inesistente, buona solo per qualche scoop della televisione ma nella nostra penisola non ci sono solo gli operai edili del Triveneto che guadagnano 1800 euro (di cui almeno 500 in nero fuori busta), ci sono anche lavoratori che vedono nella loro piccola fabbrica il datore mettere alle macchine stranieri per turni massacranti o ragazzi minorenni pagati in nero. In questi casi la scelta è il silenzio per salvare il pane alla famiglia o parlar rischiando di trovarsi alla porta.

Occorre quindi una riflessione nuova su lavoro e reddito. Perché oggi la vera battaglia è per garantire il secondo. La controparte offre infatti sempre più un lavoro in cui lo stipendio non basta o è precario al punto che il mese successivo potrebbe non esserci. Dobbiamo ammettere che le logiche liberiste hanno distrutto l’idea classica di lavoro. Lo stipendio è diventato insufficiente, gli utili sono percentualmente superiori a quanto viene dato ai lavoratori rispetto non solo a trent’anni fa ma anche a venti, esiste sempre meno salario indiretto ovvero affitti ad equo canone, assistenza sanitaria, istruzione gratuita, accesso alla cultura. Bisogna quindi immaginare una nuova battaglia fondata sull’uguaglianza di opportunità che a ciascuno devono essere garantite e quindi secondo la Costituzione “rimuovano gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art.3).

Una battaglia per il reddito che inizia dal referendum del 15 giugno 2003 per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – legge 300 del 1970.

 

*responsabile relazioni internazionali C.I.B. Unicobas e Unicobas Scuola e Coordinatore del gruppo di lavoro sulla scuola della RETE SINDACALE EUROPEA