Da alcuni anni un po'
dappertutto in Europa si sviluppa una politica sulla sicurezza
che si estende in maniera coerente in diversi campi. L'11 settembre
ha permesso di giustificarla ed intensificarla: ora si vogliono
ridurre le libertà individuali, collettive e sindacali (tra l'altro
il diritto di sciopero). Allo stesso tempo c'è un'attitudine repressiva
di fronte all'immigrazione (assimilata, quando non è dichiarata,
ad un delitto che induce ad una indicazione negativi, vedasi l'espressione
"i clandestini"), ad una certa gioventù considerata
come ineducabile ed asociale (in particolare quando viene dall'immigrazione
e/o dalle periferie, dai quartieri popolari), alla miseria e alla
disoccupazione (che dipende allora dalla responsabilità personale)
e ai militanti contro la dominazione neoliberista (più o meno
assimilati a delinquenti) (1). Ogni forma di "disordine"
e di contestazione viene attaccata. In maniera generale secondo
una buona logica neoliberista, questa offensiva ha come funzione
di compensare a suo modo l'arretramento dello stato sociale. In
effetti, meno si investe nella salute, nell'istruzione, nei servizi
sociali e nell'impiego,
più si sente il bisogno di reprimerne le vittime. Colpevolizzando,
criminalizzando e penalizzando la gioventù, l'immigrazione non
dichiarata, la povertà e i militanti dei movimenti di protesta,
lo stato giustifica la sua irresponsabilità in questo campo. Individualizzando
le realtà sociali, l'assenza di politica sociale non si vede e
sembra andare da sé. La F.E.S.AL. (Federazione Europea del Sindacalismo
Alternativo) ha una responsabilità particolare in questo campo.
Questa politica ha infatti un'esistenza europea che rende le resistenze
nazionali insufficienti. E particolarmente evidente per quanto
riguarda i "sans-papiers". D'altra parte questa politica
rimette in questione la stessa funzione educativa. Affermando
che alcuni giovani sono ineducabili, si cerca di giustificare
l'idea che non hanno posto nei diversi sistemi educativi. La legittimità
di un diritto all'istruzione sparisce a profitto di una relazione
individuale nei confronti della scuola, nella quale il giovane
deve in qualche modo giustificare la sua "accettabilità"
: si tratta di provare, dunque di meritare l’accesso al sistema
educativo. Se, in effetti, la scuola si merita, non costituisce
più l'oggetto di un diritto e di una rivendicazione legittima.
In fondo il modello del contratto
tenda a diventare il riferimento anche nel campo della
scuola (la Commissione Europea in particolare non cessa di lodarlo
in nome della motivazione degli allievi e dell'efficienza in termine
di inserzione sul mercato del lavoro). Questa regressione ideologica
ci pare nello stesso tempo assolutamente scandalosa e davvero
inquietante. D'altra parte è necessario mettere in luce l'impostura
sulla quale riposa la tesi secondo cui la repressione permetterebbe
di lottare contro l'insicurezza. Bisogna in effetti ricordare
che il neoliberismo stesso produce in gran parte l'insicurezza
della quale pretende sbarazzarci. La distruzione dei diritti sociali
rinvia l'individuo ad un’incessante lotta personale per sopravvivere
e nello stesso tempo, arrivare ad una forma o l'altra di riconoscimento.
In fondo non c'è rottura fra il traffico mafioso che si sviluppa
per esempio intorno alla droga e una forma di delinquenza borghese
all’interno dei "colletti bianchi" che i vari
affari di corruzione e scandali finanziari mettono regolarmente
in evidenza. L'uno costituisce il rovescio dell'altro. Non si
tratta per noi di sognare ed idealizzare una gioventù in rivolta,
benché maldestra o eccessiva, ma di lottare contro un'offensiva
che permette al neo-liberalismo di svilupparsi tanto fra i dominanti
quanto fra i dominati.
Quindi per noi è essenziale: