Trieste, per non dimenticare
di
Marta Ivašič *
1.
TANTI STATI, TANTE BANDIERE.
A
chi viene da fuori a volte la racconto così.
I miei nonni e quelli di mio marito sono nati
nell'Impero Austro-Ungarico, i nostri genitori
nel Regno d'Italia, noi due siamo nati sotto
l'Amministrazione Anglo - americana (il Governo
Militare Alleato del Territorio Libero di
Trieste), i nostri figli nella Repubblica
Italiana. Ma tutti quanti siamo nati dalle
stesse parti: la maggioranza di noi a Trieste
e gli altri in un raggio di una quarantina
di chilometri. La stessa storia e anche qualcosa
di più si può raccontare descrivendo le bandiere
che nel tempo si sono potute vedere esposte
sul palazzo della Prefettura: ha quasi cento
anni ed è da sempre in città il palazzo del
Governo. Qualche anno fa poi è stato pubblicato
un grande atlante storico dal titolo Il confine
mobile.
2.
SULL'IRREDENTISMO.
Certo,
c'è stato un irredentismo italiano democratico,
prima del 1918, ed è stato pieno di fermenti,
e per noi oggi è molto interessante scoprirlo.
Ma nelle vicende delle mie terre non ha avuto
un ruolo fondamentale. L'egemonia e il governo
locale a Trieste (e anche in Istria e a Gorizia)
l' ha tenuta saldamente la parte che viene
chiamata dei liberal-nazionali: essa - con
molto poco fermento ma con molta intransigenza
- considerava superiore tutto ciò che era
italiano (considerato cittadino/borghese,
laico, evoluto, di cultura, storico) e inferiore
ciò che era sloveno o in genere slavo (considerato
contadino, clericale, primitivo, senza cultura,
senza storia). E chi voleva un'emancipazione
culturale e sociale, ritenevano, poteva farlo
diventando italiano. Perciò per tutto il periodo
austriaco fino al 1918 il Comune di Trieste,
competente per legge, aveva concesso che in
lingua slovena ci fossero scuole elementari
pubbliche nei villaggi del territorio ma le
aveva negate in città, e concedeva comunque
solo il tipo di scuole elementari che sotto
l'Austria non permettevano di proseguire gli
studi. Lo scontro nazionale è incominciato
quando, nella seconda metà dell'ottocento
e non solo a Trieste, la nazione slovena ha
conosciuto un'ascesa che
è stata contemporaneamente nazionale
e sociale. Cioè quando quello schema liberal-nazionale
veniva progressivamente messo in dubbio. E
ad intaccarlo erano tanto la borghesia slovena
e slava in ascesa quanto il movimento operaio
triestino. Quello che voglio anche dire è
che purtroppo tra
i liberal-nazionali di prima e il fascismo
poi c'è stata nella questione nazionale una
fondamentale continuità (di programmi, di
valori e anche di persone) che ha portato
per esempio a Trieste la formazione del secondo
Fascio di Combattimento in Italia, subito
dopo quello di Milano.
E se in Italia le squadre fasciste
hanno riversato la loro violenza soprattutto
su socialisti e comunisti, a Trieste (e a
Gorizia e in Istria) hanno colpito con ogni
forza anche tutto quanto era sloveno o croato,
fosse socialista, liberale o cattolico. E
la dittatura più tardi ha sciolto decine di
associazioni e società slovene e croate, proibito
l'uso della lingua, cambiato migliaia di nomi
e cognomi, chiuso le scuole, licenziato o
trasferito centinaia di insegnanti e di impiegati
pubblici. (Ma dato che la storia è fatta più
di differenze, anche quelle tra i due fascismi
di Milano e di Trieste sono state importanti,
e anche dopo, durante la seconda guerra mondiale.)
3.
A PROPOSITO DI SOCIALISTI A TRIESTE PRIMA
DEL 1918.
A
Trieste prima della prima guerra mondiale
c'erano due partiti socialisti che erano entrambi
parte del Partito Socialista Austriaco: il
Partito Socialista Italiano d'Austria e il
Partito Socialdemocratico Jugoslavo d'Austria.
C'era invece una sola rete sindacale. La cosiddetta
questione nazionale era pure per loro (e anche
se forse non l'avrebbero voluto) un nodo centrale
e anche ben ingarbugliato. Insomma, c'erano
dei problemi anche tra loro, anche se il confronto
non è mai diventato scontro.
4.
LA RESISTENZA, MOLTO PRIMA DEL 1943.
Una
cosa che si deve sapere è che tra gli sloveni
di Trieste e Gorizia la lotta partigiana è
incominciata anche se lentamente già dal 1941.
In realtà tra gli sloveni e i croati la scelta
di rispondere alla violenza del fascismo anche
con le armi, in primo luogo con attentati
notturni ad edifici pubblici e ad alcuni collaborazionisti
o fascisti locali, è stata presa da gruppi
di giovani irredentisti jugoslavi sloveni
e croati già nella seconda metà degli anni
venti e più tardi anche da giovani comunisti
sloveni. Nel 1929, nel 1930 e nel 1941 il
Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato
si trasferì da Roma, promulgò centinaia di
anni di galera e di confino, e fece eseguire
dieci condanne a morte. Nel 1941, dopo l'invasione
della Jugoslavia e l'occupazione italiana
di Lubiana e quella tedesca e ungherese del
resto della Slovenia, l'attività del Fronte
di Liberazione del Popolo Sloveno e delle
unità partigiane jugoslave si estese presto
anche alla Venezia Giulia. Il governo italiano
fascista istituì tra il 1941 e il 1943 campi
di concentramento che portarono alcune migliaia
di morti. E tra il 1940 e il 1943 l'Esercito
Italiano ha spedito al Sud e in Sardegna oltre
almeno 25.000 sloveni della Venezia Giulia
e dell'Istria a far parte dei "battaglioni
speciali" (che erano soldati ma senza
armi, anche delle intere classi di minorenni
in leva anticipata). Soprattutto dopo l'8
settembre ai partigiani sloveni si unirono
tanti combattenti italiani: operai delle fabbriche
di Trieste, Gorizia e Monfalcone e, in tutto
il territorio Jugoslavo (ma anche in Grecia
e Albania) anche molti soldati dell'esercito
italiano. Poi venne l'occupazione tedesca
e a Trieste la Risiera. E alla liberazione
nel 1945, con l'esercito partigiano jugoslavo,
i vincitori (sloveni, jugoslavi) portarono
anche nuove deportazioni e altre centinaia
di uccisioni. Si deve giustificare pensando
a quello che era successo prima? Certo aiuta
almeno a capire come mai sia potuto accadere
anche da noi.
*storica
(n.19-2002)