Milano : vita da consigliere comunale sotto il regno di Albertini
di Giovanni Colombo
Presidente nazionale della Rosa Bianca - consigliere comunale  progressista

Bella questione, quella  sollevata da Guido Vergani sul “Corriere della Sera”. Sono uno di quei consiglieri comunali che interrogano il sindaco senza avere un minuto di attenzione. Che passano da una riunione all'altra  per non cavare  un ragno dal buco. Che vivono, sui banchi del consiglio, un'esperienza  paradossale: ozio senza riposo, fatica senza lavoro. Perchè, dunque, uno lo fa?  Rispondo per me. Vanità? Un tempo il consigliere comunale era qualcuno, oggi un signor nessuno. Soldi? Il meccanismo di calcolo dell'indennità è farraginoso, in sintesi: due milioni netti al mese  per avere giornate strapiene, serate rovinate  e una carriera finita (o quasi) sul posto di lavoro. Benefits? Un pass per le corsie preferenziali e due biglietti per le partite di San Siro. Voglia di potere?  Ma va', conta di più l'ultimo consulente o la bella segretaria. E allora, perché continuare a star lì, nell'aula  sorda, grigia e frigida? La chiamerei difesa ad oltranza del valore della rappresentanza. La città vota ed elegge i suoi rappresentanti che si riuniscono in  assemblea. L'assemblea si chiama Consiglio Comunale ed è il momento più alto della vita democratica milanese. Del parlamento cittadino fa parte, a pieno titolo, il sindaco. E' uno dei 61 membri. La sua elezione in forma diretta  non lo trasforma in podestà, non lo fa diventare di specie diversa rispetto agli altri consiglieri. Gli attribuisce, questo sì,  l'alta funzione di capo dell'amministrazione. Compito che deve svolgere seguendo gli indirizzi approvati dal Consiglio e sottoponendosi  al controllo del Consiglio stesso. Queste non sono mie opinioni. E' la legge che disciplina il funzionamento degli enti locali. Oggi, purtroppo, il sindaco  di Milano usa la forza della legittimazione popolare contro il principio di legalità. Si pensa intoccabile e agisce di conseguenza. Non parla, non risponde,  viene raramente in Consiglio e quando viene è per imporre decisioni già blindate in partenza. Se fosse per Albertini, il Consiglio Comunale diventerebbe davvero un'assemblea di condominio: una riunione all'anno,  tre ore, non di più,  in una stanzetta presa in affitto dalla parrocchia. Però più lui esagera,  più io non mollo. Sto lì fermo, proprio fermo. Non perdo neanche tempo a presentare interrogazioni  o delibere di iniziativa  consiliare, che finiscono subito nel cestino. Non impreco, non faccio neanche un plissé. Aspetto con pazienza. Ciò che tarda  accadrà.