Requiem per il primo

 


La tangente con Giovanni Leone non è stata più questione di geometria.

Già senatore a vita da un anno, nel 1968 è presidente del Consiglio di un governo “balneare”, quelli fatti solo da ministri democristiani e che duravano da giugno all’autunno.

Col ministro della Difesa Gui quel caldo 23 agosto dell’anno della contestazione a Roma il giurista napoletano, politico democristiano da sempre, decide di “aiutare” l’acquisto di aerei militari di un’impresa statunitense, in cambio di un sostegno, ovviamente  economico.

L’aiuto prende forma e coinvolgerà  anche un successivo ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi.

Dei tre sarà il solo condannato e incarcerato, nonostante arrivi al ministero nel gennaio ’70, dopo due anni di gestione Gui. Di Giovanni Leone molto si potrebbe ancora scrivere, a partire dal suo ruolo di vicinanza ai servizi segreti deviati guidati da Vito Miceli durante la sua Presidenza della Repubblica (1971-1978). Le sue posizioni di doroteo conservatore tuttavia scolorano a fronte del ruolo di antesignano non tanto della  “mazzetta”, ben più antica, ma della tangente che finisce in tribunale. I politici di tutte le bandiere lo hanno ricordato a novembre con affetto, probabilmente con la volontà di autoassolversi. Di Leone invece ricordiamo le corna, pure quelle    ‘o cielo e a’ terra    rivolte agli studenti di Pisa che gli avevano inventato una rima con la parola “bara” e la visita in Unione Sovietica da capo dello Stato, quando defenestrò un generale dell’Armata Rossa prendendo la direzione del celebre coro e poi ancora nello stesso viaggio quando tutto paonazzo si lanciò in uno scatenato “O sole mio!”. Senza dubbio è stato un autentico rappresentate di una certa italianità del novecento.    (D.R.)

 

(n.14-2002)