TITO
E L'INTERNAZIONALISMO DELLA JUGOSLAVIA SOCIALISTA
di Davide Rossi
La Resistenza antifascista
in Jugoslavia ha visto tanti italiani combattere contro i nazisti
a fianco di Tito, il quale valorizzò la presenza dei nostri combattenti
al punto da organizzare con alcuni avieri la prima e sola aviazione
partigiana europea. Il 4 maggio 2000, in occasione del ventesimo
anniversario della scomparsa del presidente socialista l'Italia
non ne ha fatto memoria e ugualmente si è cercato di imporre il
silenzio in Croazia. Il nuovo governo succeduto a Tudjman ha finto
di non sapere e non vedere ventimila cittadini radunatisi nella
città natale dello statista comunista a Kumrovec. Gli anni di
lotta partigiana hanno creato la leggenda che il nome di battaglia
del maresciallo Josip Broz, Tito, fosse dovuto ai compiti che
incessantemente assegnava ai suoi collaboratori, dicendo appunto
"ti to", che in italiano significa "tu questo".
In realtà è un nome scelto in tempi precedenti, legato alla clandestinità
a cui il partito comunista fu costretto dopo che nel 1921 venne
sciolto in seguito al successo riportato nelle elezioni amministrative.
Tito è un nome diffuso nelle campagne croate in cui Josip Broz
è nato e rappresenta il suo legame con il mondo contadino che
sarà il cardine capace di garantire il successo della Resistenza.
La Jugoslavia infatti non era riuscita, tra le due guerre, per
volontà e per gli interessi della monarchia, a sviluppare una
industria diversa da quella conserviera o di trasformazione dei
prodotti agricoli. Tito supera così l'idea staliniana che vuole
la sola classe operaia capace di dirigere lo stato marxista e
comprende quanto sia determinante per l'edificazione del socialismo
jugoslavo il rapporto con i lavoratori della terra, forti di una
radicata cultura popolare democratica.
Il
leninismo dei dirigenti jugoslavi è il prodotto di una elaborazione
che non dimentica le origini rurali a tutti loro comuni e che
sa bene come senza le campagne e il loro insostituibile sostegno
la Liberazione e la vittoria comunista non avrebbero potuto avere
corso. Negli anni quaranta i lavoratori rurali, che rappresentano
i due terzi degli iscritti al partito, vedono riconosciuto il
loro contributo partigiano e ottengono spazi politici che saranno
determinanti quando, nella stagione breve ma dura di scontro tra
jugoslavi e sovietici, l'autogestione contadina si imporrà associata
alla proprietà privata della terra. Gli anni della ricostruzione
sono difficili e nel contempo entusiasmanti, il lavoro è tanto
perché la metà delle fabbriche, delle stazioni telefoniche e telegrafiche,
delle vie di comunicazione è stata distrutta dagli avvenimenti
bellici. La via jugoslava al socialismo sostiene il superamento
dello Stato attraverso il federalismo tra le repubbliche e le
regioni autonome, il decentramento amministrativo, la nascita
delle Assemblee Popolari e il decentramento economico attuato
con la delega della gestione delle fabbriche ai Consigli operai.
E' l'autogestione socialista, che si trasforma in una formidabile
scuola di democrazia e partecipazione. Comandano i capi della
Resistenza, si dà a tutti una casa, le scuole sono gratuite. La
cultura vive una stagione effervescente, nella letteratura i modelli
narrativi prebellici e l'eroismo dell'epopea partigiana si fondono
unendo guerra antifascista e mondo contadino, storia e memoria.
Giustamente Stefano Bianchini ha sottolineato come vita rurale
e risorgimento nazionale abbraccino tutte le più diverse forme
artistiche, sino alla pittura contadina e a quella naif di Ivan
Genarilic con il suo realismo onirico e bucolico. Non è un caso
se gli italiani che guardano oltre l'Adriatico fonderanno in quegli
anni un settimanale diretto da Lucio Libertini intitolato: "Risorgimento
socialista". In campo sportivo i primi anni cinquanta sono
contrassegnati dai successi della nazionale di calcio guidata
da Mitic e Bobek, un collettivo di undici uomini che rappresentano
la più riuscita e condivisa sintesi di un paese multietnico. A
metà degli anni cinquanta Tito ristabilisce rapporti di amicizia
e collaborazione con l'Unione Sovietica, in particolare con Nikita
Kruscev e con il capo di stato Kliment Vorosilov, combattente
ai tempi della Rivoluzione d'Ottobre e amico di Tito sin dagli
anni quaranta. Il presidente jugoslavo tuttavia non rinuncia alla
politica estera elaborata negli anni precedenti, fondata sulla
coesistenza pacifica e la collaborazione internazionale. Il timore
di una guerra nucleare segna la seconda metà del novecento e il
fascino della neutralità attiva nei confronti dei due blocchi,
sovietico e statunitense, proposta da Tito, conquista molti popoli
che lottano in Africa e in Asia per la fine del colonialismo e
per l'indipendenza. Tito stabilisce rapporti di stretta amicizia
con il presidente indiano Javaharlal Nehru e con il presidente
egiziano Gamal Abdel Nasser, insieme lottano contro l'imperialismo
e si schierano a sostegno dei movimenti di liberazione, dall'Algeria
al Mozambico, all'Angola, al Congo di Patrice Lumumba. Le nazioni
che entrano, ottenuta l'indipendenza, alle Nazioni Unite, in molti
casi si riconoscono nelle posizioni assunte dalla Jugoslavia che
diventa un punto di riferimento.
A
Belgrado nel 1961 si tiene la prima conferenza del "Movimento
dei non allineati", venticinque capi di Stato in rappresentanza
di un miliardo di donne e di uomini del pianeta si associano con
la comune volontà di promuovere un nuovo ordine economico internazionale,
che ponga rimedio alle disparità - tutt'oggi attuali - tra il
Nord del mondo sviluppato e il Sud del mondo produttore di materie
prime. Jugoslavi, indiani, egiziani, cubani in rappresentanza
della giovane rivoluzione vinta da Che Guevara e Fidel Castro,
che proprio nel '61 compie la definitiva scelta socialista e riconosce
nell'Unione Sovietica l'alleato naturale dei "non allineati",
indonesiani, presente il presidente Sukarno, etiopi, marocchini,
ciprioti, guidati rispettivamente dall'imperatore Haillè Selassiè,
dal re Hassan II e dal vescovo Makarios, sudafricani dell'African
National Congress di Nelson Mandela, insieme a tutte le altre
delegazioni partecipanti, stendono un documento conclusivo indirizzato
alle superpotenze e prendono comuni impegni sui temi della pace
e della cooperazione. Con gli anni il movimento si allarga, cresce
la presenza latino-americana, formata a Belgrado solo da tre paesi
osservatori: Brasile, Bolivia ed Ecuador. Dopo la seconda conferenza
dei "non allineati", tenuta al Cairo nel 1964, Tito,
all'ottavo congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, riferirà
con entusiasmo: "La politica di coesistenza, la distensione e la lotta contro l'imperialismo
e la dominazione d'ogni genere divengono sempre più un programma
d'azione unitario per assicurare la stabilità della pace, per
la completa emancipazione ed il libero sviluppo economico e sociale
di ogni nazione, per rapporti tra popoli e stati fondati sulla
parità di diritti."
Sempre
Tito sottolinea come il neutralismo attivo sia "una conquista positiva del movimento progressista e operaio internazionale",
come rappresenti "l'affermazione dei valori democratici e umani del socialismo".
La Jugoslavia con i "non allineati" non si propone come
terzo blocco, ma per il superamento dei blocchi, per il disarmo
contro la fame nel mondo, per un internazionalismo socialista
che "tragga vantaggio
dagli sviluppi creativi e nazionali che ogni popolo elabora del
marxismo". Sarà ancora Tito ad affermare: "L'internazionalismo proletario per gli jugoslavi è un sentimento a metà
strada tra la convergenza ideologica e l'amicizia."
La
solidarietà con i popoli in lotta è tangibile nei confronti del
Vietnam di Ho Chi Min e dell'Organizzazione per la Liberazione
della Palestina di Yasser Arafat, che apre a Belgrado la prima
rappresentanza diplomatica palestinese riconosciuta nel mondo.
I "non allineati" si ritrovano nel
1970 a Lusaka a fianco del presidente dello Zambia Kenneth Kaunda,
per denunciare, nel cuore della drammatica Africa australe, il
razzismo e il colonialismo anglo-portoghese. Nel settembre 1973
ad Algeri sono presenti all'incontro i cileni in rappresentanza
del governo di Allende e di Corvalan, che non potranno fare ritorno
a Santiago, insanguinata dai generali golpisti, e Juan Domingo
Peron, tornato presidente prima che anche in Argentina i militari
soffochino la democrazia. Alla conferenza del Movimento, all'Avana
nel 1979, i paesi "non allineati" sono novantacinque.
Tito si spegne nel 1980 e lascia una nazione il cui ruolo, per
i mutamenti internazionali degli anni ottanta, per problemi economici
interni e per un crescente arrivismo politico che fomenta il nazionalismo
delle singole repubbliche, è fortemente ridimensionato. In dieci
anni il fanatismo nazionalista mina insanabilmente la società
jugoslava e il sistema federale. Il rispetto, la tolleranza e
la valorizzazione delle diverse culture, patrimonio peculiare
del socialismo titino, si sgretolano. La multiculturalità, che
vede campane ortodosse e cattoliche incrociarsi con i richiami
dei muezzin alla preghiera, non è più una ricchezza, ma un intralcio
da "eliminare", etnicamente.
Ad alcuni anni dalla
fine della guerra e a due anni dai bombardamenti della Nato i
diversi nazionalismi continuano a mostrare un deciso fastidio
verso la storia della Jugoslavia comunista e per il maresciallo
Tito. Tuttavia qualche timido segnale di novità si intravede,
in Croazia il Srp, Partito socialista dei lavoratori croati, ha
potuto presentarsi alle elezioni del gennaio ’99 orgoglioso della
stella rossa che ne è il simbolo, a Belgrado si è ricostituita,
dopo lo scioglimento del 1990, la Lega dei Comunisti di Jugoslavia,
la quale come primo impegno ha organizzato un incontro con gli
ambasciatori di Cuba e della Nordcorea per rilanciare il "Movimento
dei non allineati", di cui in qualche modo il vertice organizzato
all'Avana dal 10 al 14 aprile 2000 dai centotrenta paesi meno
industrializzati del mondo ne è in parte la continuazione. A Cuba
il "G77", chiamatosi così in contrapposizione al "G7"
dei paesi più industrializzati, ha cercato risposte unitarie alla
globalizzazione economica e informatica e contro le regole proposte
dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, volte a danneggiare
ulteriormente le economie del Sud del mondo. Come quarant'anni
fa, quando Tito lanciò il "Movimento dei non allineati",
ancora oggi lo scambio ineguale tra Nord e Sud del mondo non solo
non ha trovato risposta, ma, sulla scorta di scelte liberiste,
incide negativamente sulle condizioni di vita di due terzi dell'umanità,
peggiorandole. Una ulteriore conferma della validità dell'attualità
del pensiero di Tito e del socialismo jugoslavo.
(n.7-2001)