Diverse sono state le amministrazioni che
si sono succedute nel corso del novecento a Trieste. La storia
della Venezia Giulia è complessa e si sono moltiplicati negli
ultimi tempi saggi che leggono le vicende, in particolare
dal secondo conflitto mondiale in poi, come risultato di uno
scontro tra italiani e slavi, dimenticandosi che sin dall’epoca
asburgica la regione giuliana è stata contrassegnata da una
forte presenza progressista e socialista e in seguito, dal
primo dopoguerra, comunista. Dopo il 4 novembre 1918 il passaggio
all’Italia ha generato ripercussioni economiche e sociali
di particolare gravità a causa di un fascismo che nella sua
violenza ha volutamente acuito le differenze. Leggere sotto
la lente dei contrapposti nazionalismi un secolo di storia
è al quanto riduttivo, a partire dal fatto che l’irredentismo
giuliano sino alla fine dell’ottocento era di sentimenti democratici
e garibaldini, con il nuovo secolo cambia e dopo il ’18 il nazionalismo prende tutt’altro colore, quello
della brutalità squadrista, che ha come obiettivo la distruzione
di un largo tessuto sociale di convivenza democratica. Con
il ’18 Trieste, così come l’Istria, restano senza entroterra,
cessano di essere la via la mare di un vasto impero, Trieste
non è più il polo commerciale che nell’ottocento l’ha trasformata
in un crogiuolo di culture e in un centro in grandissima espansione.
Si apre per la città e la regione una crisi economica irreversibile.
La Centrale e Campo Marzio, le stazioni ferroviarie
cittadine, erano la naturale continuazione del porto, ricco
di merci e di scambi. In questa città, in cui è di vaghe simpatie
socialiste anche il produttore di vernici per navi Italo Svevo,
la vera forza del Partito Socialista è il farsi interprete
di una città multiculturale e imprenditoriale, in cui cittadini
con le più diverse origini e dalle più diverse lingue convivono
da tempo. Le Case del Popolo ospitano dibattiti culturali,
ma anche sportelli bancari. Al censimento del 1910 120mila
Italiani e 60mila sloveni convivono con minoranze greche,
tedesche, ungheresi, turche, polacche, croate, ceche, senza
particolari difficoltà e contrasti sotto il colle di San Giusto
su cui sventola l’aquila asburgica in campo giallo. Certo
non mancano tensioni, Vienna pone limiti alle scuole
italiane e nega la possibilità di aprire una università, ma
più in generale la solidarietà e l’internazionalismo diventano
elementi forti di unità per il proletariato, ma anche per
una variegata intellettualità e per i settori più avanzati
del mondo mercantile della città. Questa realtà, le sue consolidate
abitudini, il rispetto per il commercio e per gli affari possibilmente
non disgiunti dal rispetto per il prossimo, una società mitteleuropea, multiculturale, dialogante,
vengono travolti dall’arrivo del tricolore. La mancata riforma
agraria, il deprezzamento dei prodotti agricoli e la nuova
fiscalità ben più onerosa di quella austriaca, gettano in
pochi anni nella miseria
i piccoli e medi coltivatori giuliano-istriani, di tutte le
nazionalità, i quali si vedono costretti a tornare, dopo decenni,
coloni degli antichi proprietari latifondisti, ma anche di
gerarchi e di spregiudicati affaristi fascisti che si accaparrano
le terre. La conversione delle corone in lire porta i triestini
e tutti gli abitanti delle terre annesse a perdere la metà
dei loro risparmi. Gli ex militari dell’esercito austrungarico vengono invitati a presentarsi, a ostilità
finite, e da un giorno all’altro lasciano i loro appartamenti
per ritrovarsi internati, solo 30mila a Gardolo, e moltissimi
altri in tutta la regione, compreso all’interno del castello
di San Giusto. Trieste, Monfalcone, il goriziano, sono terre in cui prevale il
Partito Socialista e già prima del ’22 le autorità italiane
licenziano tutti i dipendenti pubblici, delle ferrovie delle
poste, della scuola, sino ad arrivare a chiudere l’arsenale
militare di Pola, mettendo alla porta gli operai. Si tratta
di decine e decine di migliaia di donne e soprattutto di uomini
con capacità e competenze, spesso italiani, allontanati per
ragioni politiche. In tutti i casi prevale la logica di riconoscere
in questi lavoratori “pericolosi internazionalisti”. Dopo
il ’22 i fascisti lanciano una vera e propria campagna, chiamata
“bonifica nazionale”, tesa a trasferire nella Venezia Giulia
meridionali aderenti al partito di Mussolini. Con il ’22 si
chiude definitivamente la possibilità, poco accolta e decisamente
assurda, che offriva ai giuliani cittadini italiani di trasferirsi
presso uffici postali, comunali o ferroviari del Sud della
penisola, già dal ’19 poi viene impedito a quanti alla firma
dell’armistizio si trovavano oltre il nuovo confine, di ricongiungersi
ai familiari e ritornare nelle loro case nella regione giuliana.
Il regno d’Italia si presenta non unendo, ma creando disagi
economici e obbliga all’esodo. Anche le banche vengono “italianizzate”
e lo Stato non le aiuta in alcun modo nel recuperare i crediti
oltre confine, in quelli che sono diventate le diverse nazioni
eredi dell’impero di Vienna. Che il problema sia politico
lo si evince anche dal fatto che il decreto di annessione
delle terre giuliane viene emanato a dicembre del ’19 in modo
da impedire la partecipazione dei cittadini giuliani alle
elezioni del 16 novembre 1919 in cui il PSI diventa il primo
partito d’Italia con il 32,4 % e 156 deputati. Alle successive
votazioni parlamentari del ’21 nei tre distretti elettorali,
ricalcati sui precedenti austriaci: Gorizia (ex - Contea principesca),
Istria (ex – Margraviato), Trieste (ex –Territorio del Luogotenente
del litorale) al successo socialista si aggiungono ben 21mila
voti per il neonato Partito Comunista. Le difficoltà economiche
della regione non vengono affrontate, ma anzi peggiorate in
modo da fiaccare una popolazione che, al di là della retorica
del ritorno alla patria, viene vissuta come ostile e pericolosa
per le idee democratiche che esprime. Alla fine del 1921 i
fascisti e le associazioni nazionalistiche paramilitari devastano
e incendiano ben 134 edifici di organizzazioni politiche,
economiche, culturali progressiste e la sede del quotidiano
“Il Lavoratore”, ma già il 13 luglio del ’20 il Narodni
Dom, la Casa del Popolo di Trieste, sede di un teatro,
di una banca, di un ostello, viene distrutta dai fascisti.
A settembre Mussolini in città per un comizio afferma: “Gli
slavi appartengono ad una razza inferiore e barbara .”, ovviamente associando
agli slavi tutti gli “slavocomunisti”, coniando un neologismo
che avrà tristemente successo. Pola, il suo grande arsenale
militare e gli operai della città sono vittime di questa durissimo
attacco, dei 58mila abitanti censiti nel 1910 oltre 25mila,
nella stragrande maggioranza italiani, sono costretti ad emigrare.
Italiani, ma sgraditi al governo, tanto che il 1° maggio 1920
le forze dell’ordine sparano sui manifestanti mietendo quattro
morti e cinquanta feriti. A ottobre gli squadristi procedono
nel bruciare la Camera del Lavoro, il circolo sportivo “Internazionale”,
il centro studi, il circolo ricreativo “Figli di Lenin”. La
città tornerà a 35mila abitanti dopo che diverrà nel 1923
capoluogo dell’Istria, a danno di Parenzo, con il massiccio
arrivo di impiegati fascisti, i quali vent’anni dopo animeranno
il fortemente strumentalizzato esodo dalla Jugoslavia socialista.
Fanatismo, ignoranza della realtà locale e della sua storia,
volontà coercitiva, repressione politica segnano il ventennio
fascista, proteso in una “italianizzazione” gretta e forzata,
dietro cui tuttavia si muove, accomunata all’avversione nei
confronti del mondo slavo, la decisione inflessibile di annientare
tutti gli italiani antifascisti. Al ventennio risalgono ad
opera del regime i primi infoibamenti degli oppositori politici
e a Trieste opera a più riprese il Tribunale Speciale, infliggendo,
qui più che altrove, condanne a morte, anni di prigionia e
di confino. Non pago, contrariamente all’impero austriaco
che riconosceva l’italiano come una delle lingua ufficiali,
il fascismo riesce pure ad alienarsi il consenso del conservatore
clero sloveno e croato, obbligandolo ad utilizzare nell’istruzione
religiosa l’italiano e vietando l’esposizione nelle feste
di bandiere e coccarde slave.
L’italianità di Trieste tuttavia ai fascisti interessa
relativamente poco, nei suoi diari Ciano conferma la disponibilità
di Mussolini, all’atto dell’entrata in guerra nel 1940, a
cedere la città alla Germania nazista in cambio di Tunisi,
Nizza, la Savoia e la Corsica. La tragedia si realizzerà dopo
l’8 settembre del 1943 quando i nazisti costituiscono l’Adriatisches
Kustenland (Litorale Adriatico) provincia del Reich, scorporata
dall’Italia e in cui entra in funzione il campo di
sterminio della Risiera di San Sabba.
Dimenticare che Trieste da quella data non fa più parte
di nessuna entità statale italiana è grave, perché rischia
di portare a non comprendere la scelta delle forze partigiane
di collegarsi, in quella situazione di grave incertezza sul
futuro assetto della regione, con i resistenti jugoslavi di
Tito al grido di “Bratstvo i Jedinstvo” (Fratellanza
e Unità) sotto la comune stella rossa, a fronte anche di una
ambigua posizione delle forze militari e di polizia regnicole
che, quando non si assoceranno ai nazisti, sceglieranno di
unirsi alla Resistenza solo verso il finire del conflitto.
Senza cogliere questi articolati
precedenti si avrà difficoltà a collocare nel giusto ordine
e contesto tutti i problemi sorti alla fine della seconda
guerra mondiale e diventerà difficile comprendere, anzi si
sarà portati a giudicare frettolosamente, pure un poeta come
Umberto Saba. Il quale, preoccupato per la sorte della sua
Trieste, pur dopo alcune titubanze, in “ Opicina 1947 “
scrive: “Risalii quest’estate ad Opicina.
Era con me un ragazzo comunista.
Tito sui muri s’iscriveva, in vista, sotto, della mia bianca
cittadina. … “.