Trieste

1918 – 1945

pagine di storia da ricordare

di Davide Rossi

 


Diverse sono state le amministrazioni che si sono succedute nel corso del novecento a Trieste. La storia della Venezia Giulia è complessa e si sono moltiplicati negli ultimi tempi saggi che leggono le vicende, in particolare dal secondo conflitto mondiale in poi, come risultato di uno scontro tra italiani e slavi, dimenticandosi che sin dall’epoca asburgica la regione giuliana è stata contrassegnata da una forte presenza progressista e socialista e in seguito, dal primo dopoguerra, comunista. Dopo il 4 novembre 1918 il passaggio all’Italia ha generato ripercussioni economiche e sociali di particolare gravità a causa di un fascismo che nella sua violenza ha volutamente acuito le differenze. Leggere sotto la lente dei contrapposti nazionalismi un secolo di storia è al quanto riduttivo, a partire dal fatto che l’irredentismo giuliano sino alla fine dell’ottocento era di sentimenti democratici e garibaldini, con il nuovo secolo cambia e dopo il ’18  il nazionalismo prende tutt’altro colore, quello della brutalità squadrista, che ha come obiettivo la distruzione di un largo tessuto sociale di convivenza democratica. Con il ’18 Trieste, così come l’Istria, restano senza entroterra, cessano di essere la via la mare di un vasto impero, Trieste non è più il polo commerciale che nell’ottocento l’ha trasformata in un crogiuolo di culture e in un centro in grandissima espansione. Si apre per la città e la regione una crisi economica irreversibile.

 La Centrale e Campo Marzio, le stazioni ferroviarie cittadine, erano la naturale continuazione del porto, ricco di merci e di scambi. In questa città, in cui è di vaghe simpatie socialiste anche il produttore di vernici per navi Italo Svevo, la vera forza del Partito Socialista è il farsi interprete di una città multiculturale e imprenditoriale, in cui cittadini con le più diverse origini e dalle più diverse lingue convivono da tempo. Le Case del Popolo ospitano dibattiti culturali, ma anche sportelli bancari. Al censimento del 1910 120mila Italiani e 60mila sloveni convivono con minoranze greche, tedesche, ungheresi, turche, polacche, croate, ceche, senza particolari difficoltà e contrasti sotto il colle di San Giusto su cui sventola l’aquila asburgica in campo giallo. Certo non  mancano tensioni, Vienna pone limiti alle scuole italiane e nega la possibilità di aprire una università, ma più in generale la solidarietà e l’internazionalismo diventano elementi forti di unità per il proletariato, ma anche per una variegata intellettualità e per i settori più avanzati del mondo mercantile della città. Questa realtà, le sue consolidate abitudini, il rispetto per il commercio e per gli affari possibilmente non disgiunti dal rispetto per il  prossimo, una società mitteleuropea, multiculturale, dialogante, vengono travolti dall’arrivo del tricolore. La mancata riforma agraria, il deprezzamento dei prodotti agricoli e la nuova fiscalità ben più onerosa di quella austriaca, gettano in pochi anni  nella miseria i piccoli e medi coltivatori giuliano-istriani, di tutte le nazionalità, i quali si vedono costretti a tornare, dopo decenni, coloni degli antichi proprietari latifondisti, ma anche di gerarchi e di spregiudicati affaristi fascisti che si accaparrano le terre. La conversione delle corone in lire porta i triestini e tutti gli abitanti delle terre annesse a perdere la metà dei loro risparmi. Gli ex militari dell’esercito austrungarico  vengono invitati a presentarsi, a ostilità finite, e da un giorno all’altro lasciano i loro appartamenti per ritrovarsi internati, solo 30mila a Gardolo, e moltissimi altri in tutta la regione, compreso all’interno del castello di San Giusto.  Trieste, Monfalcone, il goriziano, sono terre in cui prevale il Partito Socialista e già prima del ’22 le autorità italiane licenziano tutti i dipendenti pubblici, delle ferrovie delle poste, della scuola, sino ad arrivare a chiudere l’arsenale militare di Pola, mettendo alla porta gli operai. Si tratta di decine e decine di migliaia di donne e soprattutto di uomini con capacità e competenze, spesso italiani, allontanati per ragioni politiche. In tutti i casi prevale la logica di riconoscere in questi lavoratori “pericolosi internazionalisti”. Dopo il ’22 i fascisti lanciano una vera e propria campagna, chiamata “bonifica nazionale”, tesa a trasferire nella Venezia Giulia meridionali aderenti al partito di Mussolini. Con il ’22 si chiude definitivamente la possibilità, poco accolta e decisamente assurda, che offriva ai giuliani cittadini italiani di trasferirsi presso uffici postali, comunali o ferroviari del Sud della penisola, già dal ’19 poi viene impedito a quanti alla firma dell’armistizio si trovavano oltre il nuovo confine, di ricongiungersi ai familiari e ritornare nelle loro case nella regione giuliana. Il regno d’Italia si presenta non unendo, ma creando disagi economici e obbliga all’esodo. Anche le banche vengono “italianizzate” e lo Stato non le aiuta in alcun modo nel recuperare i crediti oltre confine, in quelli che sono diventate le diverse nazioni eredi dell’impero di Vienna. Che il problema sia politico lo si evince anche dal fatto che il decreto di annessione delle terre giuliane viene emanato a dicembre del ’19 in modo da impedire la partecipazione dei cittadini giuliani alle elezioni del 16 novembre 1919 in cui il PSI diventa il primo partito d’Italia con il 32,4 % e 156 deputati. Alle successive votazioni parlamentari del ’21 nei tre distretti elettorali, ricalcati sui precedenti austriaci: Gorizia (ex - Contea principesca), Istria (ex – Margraviato), Trieste (ex –Territorio del Luogotenente del litorale) al successo socialista si aggiungono ben 21mila voti per il neonato Partito Comunista. Le difficoltà economiche della regione non vengono affrontate, ma anzi peggiorate in modo da fiaccare una popolazione che, al di là della retorica del ritorno alla patria, viene vissuta come ostile e pericolosa per le idee democratiche che esprime. Alla fine del 1921 i fascisti e le associazioni nazionalistiche paramilitari devastano e incendiano ben 134 edifici di organizzazioni politiche, economiche, culturali progressiste e la sede del quotidiano “Il Lavoratore”, ma già il 13 luglio del ’20 il Narodni Dom, la Casa del Popolo di Trieste, sede di un teatro, di una banca, di un ostello, viene distrutta dai fascisti. A settembre Mussolini in città per un comizio afferma: “Gli slavi  appartengono ad una razza inferiore e barbara .”, ovviamente associando agli slavi tutti gli “slavocomunisti”, coniando un neologismo che avrà tristemente successo. Pola, il suo grande arsenale militare e gli operai della città sono vittime di questa durissimo attacco, dei 58mila abitanti censiti nel 1910 oltre 25mila, nella stragrande maggioranza italiani, sono costretti ad emigrare. Italiani, ma sgraditi al governo, tanto che il 1° maggio 1920 le forze dell’ordine sparano sui manifestanti mietendo quattro morti e cinquanta feriti. A ottobre gli squadristi procedono nel bruciare la Camera del Lavoro, il circolo sportivo “Internazionale”, il centro studi, il circolo ricreativo “Figli di Lenin”. La città tornerà a 35mila abitanti dopo che diverrà nel 1923 capoluogo dell’Istria, a danno di Parenzo, con il massiccio arrivo di impiegati fascisti, i quali vent’anni dopo animeranno il fortemente strumentalizzato esodo dalla Jugoslavia socialista. Fanatismo, ignoranza della realtà locale e della sua storia, volontà coercitiva, repressione politica segnano il ventennio fascista, proteso in una “italianizzazione” gretta e forzata, dietro cui tuttavia si muove, accomunata all’avversione nei confronti del mondo slavo, la decisione inflessibile di annientare tutti gli italiani antifascisti. Al ventennio risalgono ad opera del regime i primi infoibamenti degli oppositori politici e a Trieste opera a più riprese il Tribunale Speciale, infliggendo, qui più che altrove, condanne a morte, anni di prigionia e di confino. Non pago, contrariamente all’impero austriaco che riconosceva l’italiano come una delle lingua ufficiali, il fascismo riesce pure ad alienarsi il consenso del conservatore clero sloveno e croato, obbligandolo ad utilizzare nell’istruzione religiosa l’italiano e vietando l’esposizione nelle feste di bandiere e coccarde slave.  L’italianità di Trieste tuttavia ai fascisti interessa relativamente poco, nei suoi diari Ciano conferma la disponibilità di Mussolini, all’atto dell’entrata in guerra nel 1940, a cedere la città alla Germania nazista in cambio di Tunisi, Nizza, la Savoia e la Corsica. La tragedia si realizzerà dopo l’8 settembre del 1943 quando i nazisti costituiscono l’Adriatisches Kustenland (Litorale Adriatico) provincia del Reich, scorporata  dall’Italia e in cui entra in funzione il campo di sterminio della Risiera di San Sabba.  Dimenticare che Trieste da quella data non fa più parte di nessuna entità statale italiana è grave, perché rischia di portare a non comprendere la scelta delle forze partigiane di collegarsi, in quella situazione di grave incertezza sul futuro assetto della regione, con i resistenti jugoslavi di Tito al grido di “Bratstvo i Jedinstvo” (Fratellanza e Unità) sotto la comune stella rossa, a fronte anche di una ambigua posizione delle forze militari e di polizia regnicole che, quando non si assoceranno ai nazisti, sceglieranno di unirsi alla Resistenza solo verso il finire del conflitto.

Senza cogliere questi articolati precedenti si avrà difficoltà a collocare nel giusto ordine e contesto tutti i problemi sorti alla fine della seconda guerra mondiale e diventerà difficile comprendere, anzi si sarà portati a giudicare frettolosamente, pure un poeta come Umberto Saba. Il quale, preoccupato per la sorte della sua Trieste, pur dopo alcune titubanze, in “ Opicina 1947 “ scrive:      Risalii quest’estate ad Opicina.

Era con me un ragazzo comunista. Tito sui muri s’iscriveva, in vista, sotto, della mia bianca cittadina. … “.


 

(n.18-2002)